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Rita Levi Montalcini: esile, dolce creatura, patrimonio mondiale dell’umanità- di Gianni Fontana

Rita Levi Montalcini: esile, dolce creatura, patrimonio mondiale dell’umanità-  di Gianni Fontana

Ogniqualvolta sentiamo l’espressione “patrimonio mondiale dell’umanità”, pensiamo, istintivamente, a un luogo: un’opera d’arte, una chiesa, un centro storico, un’area archeologica o paesaggistica di particolare interesse culturale o naturalistico.

È giusto: tutta questa bellezza – bellezza intesa, ovviamente, nel suo significato più alto e profondo – è davvero patrimonio mondiale.

E sottolinearla agli occhi di questo mondo – sempre più distratto, cinico e arido – significa molto più che appagare il senso estetico o il nostro fabbisogno quotidiano di bello: significa suscitare – cioè creare – bellezza.

La coscienza è un terreno e – come ogni terreno – dà in funzione di ciò che vi seminiamo. L’unico modo per raccogliere bellezza, dunque, è seminare bellezza.

È proprio per questa ragione che, pensando a Rita Levi Montalcini, non può non apparire evidente che la definizione di patrimonio mondiale dell’umanità è mutilata, incompleta: orfana di una parte importante.

A cosa mi riferisco? Alla circostanza che anime e coscienze come la sua, sono, senza alcun dubbio, patrimonio mondiale dell’umanità.

E come tali dovremmo cominciare a considerarle.

Non dico questo perché in vita siano mancati a Rita premi e riconoscimenti: sappiamo perfettamente che pochissime personalità possono vantare un cursus honorum ricco e prestigioso come il suo.

Lo dico perché non tutti abbiamo la consapevolezza che il valore dell’immenso lascito, da lei donatoci, è infinitamente superiore alla semplice somma delle conoscenze e delle conquiste rese possibili dal punto – inarrivabile ai più – nel quale in lei scienza, intelligenza, umanità, libertà e fraternità, si sono incontrate e mescolate, dando vita alla sintesi sublime che oggi ricordiamo.

Premi e riconoscimenti, per loro stessa natura, rendono onore a un “cosa”, non a un “chi”. E anche quando fanno riferimento al “chi”, solitamente, lo fanno in relazione agli obiettivi raggiunti, ai “cosa” – cioè – prodotti e realizzati.

Parlando di Rita, questo non è sufficiente, perché lei – eccezione tra le eccezioni – rappresenta uno di quei casi, più unici che rari, nei quali il “chi” costituisce un valore ancora più alto del “cosa”, anche quando – come in questo caso – i “cosa” sono davvero tanti e importanti.

Credo sia proprio questo “chi” – la persona, intendo: anima, coscienza, intelligenza, cuore, valori e visione – che dovremmo considerare, nel suo insieme, patrimonio mondiale dell’umanità.

È impossibile dire quale sia la qualità da portare come motivazione per la nomina di Rita patrimonio mondiale. Molto difficile sarebbe persino rispondere con un plurale.

Ma c’è una riflessione che lei stessa affida alla carta, che sorprende a affascina allo stesso tempo, e dà la misura della portata della sua eccezionalità: l’elogio dell’imperfezione. Un elogio che sembrerebbe dissonante, sia rispetto al valore di una coscienza esigente, forte e retta come la sua (che nessuno dubiterebbe mai abbia teso per tutta la vita alla perfezione), sia rispetto alla sua stessa missione di scienziata e libera pensatrice.

Parafrasando alcuni versi di Yeats a lei particolarmente cari, Rita, sostiene[1][1] di aver realizzato quella che si potrebbe definire “imperfection of the life and of the work” – vale a dire imperfezione della vita e del lavoro.

Il fatto – scrive – che l’attività svolta in modo così imperfetto sia stata e sia tuttora per me fonte inesauribile di gioia mi fa ritenere che l’imperfezione nell’eseguire il compito che ci siamo prefissi o ci è stato assegnato, sia più consona alla natura umana così imperfetta, che non la perfezione”.

Mi sono chiesto da dove potesse derivare questa “gioia inesauribile”? E come fosse possibile che la coscienza dell’imperfezione – lungi dallo scoraggiare e ancora di più dal deprimere, come avviene per noi comuni mortali – le regalasse un sentire così positivo e motivante.

Una tra le possibili risposte me l’ha suggerita la lettura di un breve saggio “Al di qua del bene e del male”, della filosofa Roberta De Monticelli, pubblicato da Einaudi un paio d’anni fa[2][2].

Il saggio – che, per la verità, indaga tutt’altro tema (le origini del “male pubblico”) – punta il dito, a mio avviso giustamente, contro quello che la Monticelli definisce “l’appiattimento del valore sul fatto”.

È questo appiattimento, infatti, tra i principali responsabili del drammatico impoverimento valoriale al quale assistiamo, in quanto ci porta a dimenticare che tra “realtà” – le cose come sono – e “idealità” – le cose come dovrebbero essere – c’è una distanza.

Il punto più rilevante, però, non è stabilire quanto grande sia tale distanza, né se essa sia colmabile o meno. Il punto più rilevante è essere consapevoli che – nel momento stesso nel quale perdiamo coscienza del fatto che tale distanza esiste – finiamo col convincerci che le cose sono già come dovrebbero essere e, dunque, che non c’è bisogno di intervenire per avvicinarle all’ideale, il che equivale a dire che non c’è più bisogno di etica e valori.

Come in una sorta di moderno Mito della caverna, dunque, confondiamo le ombre con la realtà, e non avvertiamo più il bisogno di trasformare il male in bene, il falso in vero, o – traslando la similitudine nel nostro ambito – di colmare una lacuna scientifica o portare una conoscenza acquisita ad un grado di ulteriore approssimazione alla verità.

La vita, il pensiero e le opere di Rita Levi Montalcini, rappresentano una testimonianza concreta, quotidiana, instancabile e fortissima, della lotta contro i rischi di questa devastante perdita di coscienza.

Soprattutto, vedete, dobbiamo rifare noi stessi: è la premessa per il resto”: lo scrive Giacomo Ulivi, in una lettera ricordata da Rita in “Senz’olio contro vento”[3][3].

Ulivi – giovanissimo partigiano, fucilato, non ancora ventenne, dai fascisti nel ’44, in una piazza di Modena – è ricordato, insieme ad altri nove amici di Rita, come una di quelle anime che, con l’esempio della loro vita, sono in grado di riscattare la specie umana.

Non c’è scienza senza coscienza, sembra ammonirci, attraverso la sua e la loro testimonianza, Rita.

E d’altra parte l’etimologia stessa della parola ce lo suggerisce, laddove coscienza e scienza condividono la comune radice nel verbo “scire”: che, come ben sappiamo, significa non solo sapere e conoscere, ma anche capire e prendere coscienza.

Non è un caso, dunque, che la parola coscienza, contenga in sé la parola scienza, come ne fosse in qualche modo la madre. Una maternità della quale Rita era non solo pienamente consapevole, ma anche fieramente attrice e testimone.

Credo che nessuno meglio di lei, infatti, ci potrebbe spiegare non solo che la scienza è donna, ma che la donna è scienza, nel senso sia di sapienza che di coscienza stessa dell’umanità.

Umanità intesa qui nel duplice significato di “insieme di tutti gli esseri umani”, e di insieme di quei valori alti e nobili (solidarietà, comprensione, indulgenza, amore) che ci qualificano come umani, appunto.

Con riferimento alla sua intuizione, secondo la quale a salvare l’Africa saranno le donne, soleva ripeterci: “Se istruiamo un bambino avremo un uomo istruito, ma se istruiamo una bambina, avremo una donna istruita, una famiglia istruita, una comunità istruita e, dunque, una nazione istruita.

Ma come vivere, allora, alla sequela della missione che la profetessa Rita ci indica – non solo a parole, ma con l’esempio di un secolo vissuto con rigore, lucidità e coerenza grandissimi – senza, naturalmente, mai perdere coscienza della distanza tra le cose come sono (imperfette) e come, invece, dovrebbero essere (perfette, cioè “complete”, anche nel senso della conoscenza)?

Nel modo nel quale ha cercato di farlo lei: con “totale dedizione”, “tenacia nel perseguire la strada che riteniamo giusta” e chiudendo gli occhi davanti alle difficoltà.

Chiudere gli occhi, naturalmente, non per ignorare le difficoltà, ma – al contrario – per non lasciarsi condizionare negativamente o, peggio, per condurci a disertare l’impresa .

Solo così, infatti, riusciremo ad “affrontare problemi che altri, più critici e più acuti, non affronterebbero”.

Permettetemi, allora, di concludere questa breve riflessione, citando alcuni versi di una poesia inedita di Maria Luisa Spaziani, scelta da Rita come prologo ad – “Abbi il coraggio di conoscere[4][4] – un volume del 2004, ispirato al motto kantiano “Sapere Aude”:

 “Non ha colonne d’Ercole il pensiero.

La tua anima piccola,

diabolica pigrizia, se le crea.

Né Ulisse né Colombo sospettavano

Le mille e mille isole in attesa.

 Te aspettano interi continenti.

Dormono dentro il tuo cervello: osa!

Il mondo è da creare.”

 

[1][1] Dalla prefazione de “Elogio dell’imperfezione”, pag. 12

[2][2] 2015

[3][3] I termini marinari “Senz’olio e contro vento” fanno riferimento a due condizioni avverse: l’esaurimento delle botti di olio necessarie per lunghe traversate (l’olio versato in piccole quantità intorno all’imbarcazione mitigava l’altezza delle onde in tempesta), l’insorgere improvviso di venti contrari.

[4][4] Rizzoli, 2004