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Regionali: perdono tutti, a parte astensionismo e Grillo?

Regionali: perdono tutti, a parte astensionismo e Grillo?

Hanno perso tutti quelli che contano? Ad esclusione del partito dell’astensionismo e del Movimento 5 Stelle, c’è da rispondere: forse sì.

I risultati delle elezioni regionali dicono in rapida sintesi che Renzi non ha più il 40 per cento raggiunto alle pur recenti europee. Forza Italia resta a fatica dappertutto un partito dalle due cifre. C’è il vero e proprio “miracolo” della Liguria. Forse dovuto al fatto che la Lega ha fatto il grosso errore di non credere nella vittoria del Centro destra e di non imporre un proprio candidato anche in questa regione. Giovanni Toti riesce a vincere a Genova e tiene ancora accesa la fioca luce di un cerino in un tunnel che sembra farsi sempre più scuro per le prospettive politiche del partito di Berlusconi.

I risultati dicono pure che chi si divide è perduto. Il Centro sinistra lo vede amaramente confermato in Liguria. Berlusconi in Puglia, dove Fitto si prende una magra soddisfazione e costringe l’ex suo capo a subire una sconcertante umiliazione in una regione che vanta una lunghissima tradizione di destra. Magra è la consolazione di Fitto nel senso che, se oggi può riadattare la frase di Cesare, “meglio primo in Puglia, che secondo a Roma”, vede il suo candidato lontanissimo dai voti del vincitore, Michele Emiliano.

La Lega riporta alla guida della Regione Veneto Luca Zaia e scavalca in talune realtà Forza Italia, ma con la conferma che da sola non riesce ad andare da nessuna parte in una prospettiva nazionale. Dove sono i voti del Sud? Quelli rosicchiati al Centro servono poco più che a nulla, in ogni caso.

I Cinque Stelle registrano un guadagno importante. Lo fanno dopo aver modificato non poco il loro modo di porsi, a partire da quella presenza in televisione che sotto elezioni non guasta mai. Il movimento fondato da Beppe Grillo incassa, soprattutto, la confusione sovrana che ha regnato nei partiti tradizionali proprio a ridosso della chiamata alle urne e riesce a riscuotere più di altri il dividendo provocato dal tracollo del numero delle schede lasciate nelle urne.

Gli elettori si stanno allontanando soprattutto dai partiti da cui è attesa una risposta costruttiva di Governo, ma non indicano una vera alternativa. La conferma che, a parte qualche fiammata, gli italiani non sono gente da “Tsipras”, alla greca, o da “Podemos, alla spagnola. Battiamo tutti il passo, in attesa di tempi migliori.

Gli uomini del Pd sono contenti del fatto che hanno preso cinque regioni. In televisione danno la brutta impressione di non agitarsi più di tanto per il fatto che continua a calare l’affluenza, cosa che per chi governa dovrebbe, invece, pur costituire un segnale d’allarme.

Il Pd ha avuto un terribile tracollo in Veneto, a conferma che le primarie non sempre servono a selezionare il meglio della classe dirigente da proporre all’elettorato. Della divisione in Liguria si è già detto e anche in questo caso c’entra qualcosa, di nuovo, il modo come si organizzano le primarie.

Da notare che nelle tre regioni più importanti, Campania, Toscana e Puglia, l’attuale vertice del Pd vede eleggere al governatorato tre personaggi che non possono essere proprio considerati degli “scolari disciplinati”.

Nel senso che a Firenze torna in carica quell’Enrico Rossi che non ama e proprio non è amato da Matteo Renzi. A Napoli si insedia, anche se dovremo vederne gli sviluppi, legati alla cosiddetta sua “impresentabilità”, Vincenzo De Luca. Ha vinto contro tutto e tutti, compreso amplissimi settori del Pd. Matteo Renzi, raccontano i bene informati di Napoli, ha cercato di fare di tutto per non farlo presentare, ma alla fine ha dovuto cedere. A Bari stravince, e da solo, Michele Emiliano il quale può sentirsi dire di tutto, ma non certo di essere un soldatino obbediente.

Il risultato di 5 regioni a 2, se non si analizza come è stato raggiunto, fa stappare bottiglie di champagne a Palazzo Chigi. E’ certo, però che dopo il primo sorso, Renzi e la leadership del Pd lo analizzeranno. Se non altro perché da subito, e forse proprio a partire dalle vicende che stanno per coinvolgere il mandato di Vincenzo De Luca, la minoranza si farà sentire più forte che mai.

Renzi personalmente, poi, così come si è goduto l’esaltante 40 % di poco tempo fa, dovrà far capire se e come questi risultati, non proprio eccezionali, influiranno sulla sua linea di Governo e di partito.

Giancarlo Infante