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Quasi all’improvviso arrivano le privatizzazioni. A sorpresa, con un annuncio del “giorno prima”, ripartiamo dalle Poste. Perché?

Quasi all’improvviso arrivano le privatizzazioni. A sorpresa, con un annuncio del “giorno prima”, ripartiamo dalle Poste. Perché?

All’improvviso giunge l’annuncio che ricominciamo a privatizzare. Proprio il giorno prima che si riunisca il Consiglio dei Ministri destinato ad occuparsene. L’annuncio viene buttato là, come se fosse una cosuccia da niente. Viene subito da chiedersi: ci risiamo, dopo il fallimento di tutte le privatizzazioni fatte finora in questo Paese? Dobbiamo preoccuparci di veder ripercorre la stessa strada di vent’anni fa che si é rivelata molto controversa?

Una strada che, stando ai numeri,  non è servita a molto alla collettività. Di sicuro, non è servita a ridurre il debito pubblico che,  anche allora, fu preso a pretesto per favorire tante congreghe e bande affamate di amici. Loro hanno fatto dei buoni affari con le privatizzazioni di vent’anni fa e quelle successive. Non gli italiani. Oggi più poveri e con meno beni dello Stato, comunque, a disposizione.

Dobbiamo solo sperare che i nostri politici di oggi abbiano fatto tesoro di quella brutta esperienza e che provino a proporre  privatizzazioni davvero eque, utili, trasparenti, rispettabili ed utili a qualcosa? Ad esempio, prevedendole in modo da aprire, arricchire e rafforzare il mercato veramente, con l’introduzione di adeguate forme di competizione. Facendo cioè delle privatizzazioni che significhino anche liberalizzazione in particolare nei settori di maggiore interesse diretto per la vita e le spese dei cittadini, come sono quelle dei servizi.

Ancora: prevedendo queste privatizzazioni con l’obiettivo di creare un azionariato veramente diffuso e, magari, favorendo una partecipazione effettiva di lavoratori e dipendenti al pacchetto azionario, e quindi di controllo delle aziende pubbliche, assegnando a cittadini e dipendenti una parte significativa delle azioni da mettere sul mercato. E costringendoli, magari, a non venderle prima di cinque, dieci anni. La cosa la pensò la tanto criticata signora Thatcher proprio per fare delle privatizzazioni vere che andassero a favore dei cittadini britannici, oltre che dei finanzieri e dei banchieri britannici.

Mentre gli italiani sono chiamati a seguire, meglio dire subire, il dibattito politico sulla Legge elettorale, che ha tutta l’aria di svilupparsi solamente tra pochi eletti, il Governo rompe gli indugi e, approfittando della presenza del Ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, in Svizzera, a Davos, al Forum mondiale, ci fa sapere che si appresta a varare il Piano delle privatizzazioni, nel quale, stando alle anticipazioni svizzere, spicca la vendita del 40 per cento delle Poste. Chissà perché dobbiamo partire proprio dalle Poste.

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Sembra proprio che,  mentre politici e giornalisti sono presi solo a riempire le pagine dei quotidiani e gli schermi tv di chiacchiere astratte, queste privatizzazioni vengono messe sul piatto un pò alla zitta. Con la speranza che ci se ne occupi il meno possibile. Magari per evitare che qualcuno giunga a chiedersi se questo Governo, che non é in grado di farsi rispettare in materia elettorale, che é riuscito a fare solo confusione in materia di Iva, che non riesce neppure a gestire le vicende bancarie che ci stanno viaggiando sulla testa a nostra insaputa, all’improvviso, se é davvero nelle condizioni  di saper gestire una cosa tanto delicata e consistente come un Piano delle privatizzazioni degno di questo nome.

In qualche modo siamo di fronte ad una novità, non di poco conto, visto che nei mesi scorsi si era parlato soprattutto di altre società ed enti di cui lo Stato, cioè noi italiani tutti, è il proprietario. O dovrebbe essere il proprietario effettivo. Anche se spesso, invece, i proprietari veri si sono mostrati i forti gruppi di potere politici, economici e sociali che hanno gestito aziende come Fincantieri, tanto per fare un esempio, solamente come  un loro bancomat quotidiano ed agenzie di collocamento.

In alcuni casi, poi, gli uomini del cosiddetto “management” di queste società ed enti pubblici sono diventati, o hanno provato a diventare, i veri “padroni occulti” di un patrimonio che appartiene agli italiani nella loro totalità e non solo ad una ristretta cerchia di camarille e gruppi affaristici, più o meno sconosciuti ai più.

Mi farebbe piacere chiedere al Ministro Saccomanni se gli è mai capitato di andare in un ufficio postale, come mi è appena successo, e mettersi a parlare con una gentilissima signora allo sportello per sentirsi raccontare cosa sta già accadendo dentro le Poste: sembra che una vera e propria privatizzazione sia già in atto. Almeno nel campo della distribuzione della corrispondenza. Perché? Chi sono i favoriti? Chi ha organizzato una miriade di padroncini, o “padroncioni”, che si stanno già ora spartendo la torta? La privatizzazione annunciata ufficialmente adesso dal Ministro serve a coprire una “svendita” in realtà già messa in atto? Lui ne sa qualcosa? O lo stanno facendo intervenire su qualcosa che lui non è neppure in grado di valutare e che potrebbe essere in larga parte gestita alle sue spalle?

Altre domande nascono incalzanti:  questa annunciata privatizzazione delle Poste farà calare i costi dei servizi? Appena aumentati, sia detto per inciso. E come mai proprio adesso  questi aumenti? Alla immediata vigilia di una privatizzazione che nessuno si aspettava? O qualcuno, invece, se l’aspettava?

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Un tema, insomma, che meriterebbe l’attenzione di tutti i partiti e di tutti i parlamentari. Anche da parte di noi cittadini che potremmo finire per ritrovarci tra qualche tempo con il debito pubblico comunque ulteriormente cresciuto, con i costi dei servizi aumentati e l’efficienza diminuita.

Insomma andremo a ripercorrere le stesse esperienze che non ci hanno affatto migliorato la vita e fatto risparmiare in materia di banche,  telefonia, energia elettrica ed altri settori, tra cui i trasporti. Settori  da cui lo Stato si è ritirato, vogliamo  dire anche giustamente?, ma senza prima assicurarsi che chi lo sostituiva fosse davvero capace di fare meglio.

Giancarlo Infante