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Qualcuno vuole coinvolgere Draghi nella vicenda dei derivati fasulli?

Qualcuno vuole coinvolgere Draghi  nella vicenda dei derivati fasulli?

Una silurata a Draghi? Cosa sta accadendo attorno alla notizia che l’Italia dovrebbe affrontare un buco di bilancio di altri 8 miliardi di Euro a causa dei cosidetti “derivati” utilizzati come trucchi contabili effettuati ai tempi in cui si doveva fare di tutto per entrare nell’Euro?

Il legame della vicenda con l’attuale Presidente della Bce sarebbe stabilito attraverso il fatto che Mario Draghi, a quei tempi, tra il 1991 ed il 2001, era Direttore Generale del Tesoro e “stratega” massimo dell’operazione aggancio della nuova moneta unica europea.

La notizia, lanciata con molta enfasi nel mondo dal “Financial Times”, è stata prontamente precisata e smentita dal Ministero del Tesoro: ” é assolutamente priva di ogni fondamento- recita un comunciato- l’ipotesi che la Repubblica Italiana abbia utilizzato i derivati alla fine degli anni Novanta per creare le condizioni richieste per l’entrata nell’euro”.

La Procura di Roma ha, però, intanto fatto sapere di avere aperto un’inchiesta sui rischi per i conti pubblici. Il fascicolo al momento sarebbe senza indagati e senza ipotesi di reato. L’obiettivo è quello di verificare e capire come effettivamente stanno le cose e, soprattutto, su come le notizie pubblicate possono avere influenzato i mercati.

La smentita del Tesoro dovrebbe avere il suo fondamento sul fatto che i derivati non furono contrattati dal Governo centrale, bensì dalle amministrazioni locali che quasi mai hanno fatto delle buone operazioni in questo campo. Anzi!
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“ Intanto chiariamo che in Francia ed in Germania è stato fatto anche di peggio. Il fatto è- precisa a RomaSettimanale.it Nino Galloni, economista che per anni ha denunciato le storture della cosiddetta “finanza creativa” internazionale- che i nostri amministratori sono stati ingannati dalle strutture finanziarie internazionali che hanno promesso a loro rendimenti che, in realtà, si sono rivelate delle perdite enormi.

Si è trattato di inganni veri e propri basati sul fatto di assicurare le pubbliche amministrazioni contro l’innalzamento dei tassi d’interesse quando la tendenza era esattamente in direzione opposta. Una volta scesi i tassi, e rimasti a lungo a livelli bassissimi, le penali da pagare ai soliti noti della finanza mondiale si sono rivelate salatissime”.

Anche Nino Galloni non vede, però, dove possa essere individuata una responsabilità diretta di Mario Draghi che, nel periodo in questione, era Direttore al Tesoro, dove a quel tempo si occupava d’altro.

In particolare, delle privatizzazioni che non hanno un grande legame con le vicende denunciate in queste ore. Neppure è possibile vedere un legame con il successivo impegno di Draghi all’interno del Comitato internazionale della Goldman Sachs.

Si tratta di capire, semmai, se il tentativo di coinvolgere Draghi non vada interpretato sotto un altro profilo e cioè quello vuole evitare di dover avviare una seria politica di revisione di tutta ’impostazione finanziaria dell’Unione europea, a partire dall’Euro e della sua gestione.
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Secondo Nino Galloni, l’Europa, a fronte di un Euro che non è da considerarsi una moneta vera e propria e che, comunque, a differenza di Dollaro e Yen, non può essere utilizzato come strumento di indirizzo della politica economica europea, ha di fronte tre strade: “la prima è quella di continuare con la politica di austerity, il cui sbocco è un grave conflitto sociale diffuso e dalle prospettive catastrofiche; la seconda è quella “gattopardesca” di cambiare di fatto i parametri di Maastricht, facendo figurare il rispetto del pareggio di bilancio e, invece, di fatto, allargare le maglie per consentire una ripresa dell’economia reale; la terza, ma che nessuno ha il coraggio e, forse, la voglia di individuare e perseguire, è quella di cambiare profondamente la cultura economica dell’Occidente”.

Se proprio vogliamo provare ad vedere come si dispongono gli schieramenti mondiali dietro queste tre ipotesi possiamo grosso modo delineare la seguente situazione. Per la terza ci si deve rivolgere al corpo accademico e finanziario più moderno che, però, ancora stenta a farsi strada sia nei principali centri di ricerca economica finanziaria, sia a livello di apparati istituzionali e politici.

Dietro la seconda ipotesi si vedono sicuramente gli Stati Uniti, versione Obama, e Mario Draghi che ha cercato di portare un po’ di realismo ai piani alti della torre di Francoforte dove ha sede la Bce e da dove, nonostante i malumori tedeschi, si è cominciato quasi a “stampare” nuova moneta da immettere nel mercato per sostenere, prima, le banche in forte crisi di liquidità e, poi, i bilanci degli stati.

In Italia questo è stato fatto un po’ meno che in altri paesi, anche se la Cassa Depositi e prestiti , ad un certo punto, è intervenuta con decisione per comprare titoli pubblici ed abbassare lo spread.

Sulla prima lunghezza d’onda, invece, è stata per lungo tempo schierata la Germania della Cancelliera Merkel e gran parte del mondo finanziario del Nord Europa. Ma qualcosa potrebbe cambiare? Nino Galloni pensa di si: “la Germania, oggi, è vero che esporta molto. E’ altrettanto vero, però, che ha moltissimo invenduto nei depositi delle fabbriche tedesche.
auto tedesche
Se la situazione si dovesse aggravare è chiaro che l’unico intervento possibile sarebbe quello di abbassare i salari degli operai tedeschi. Si creerebbe così una ”guerra tra poveri”, perché sarebbe facile addebitare al resto d’Europa, additata sempre come sciupona e spendacciona, la responsabilità della crisi eventuale dell’economia tedesca. Questa cosa- dice Galloni- potrebbe anche esplodere prima delle elezioni politiche tedesche del prossimo autunno”.

La speranza, allora, è che questa situazione possa portare ad un allineamento anche della Repubblica Federale tedesca su di una linea di minor rigore, utile a portare un effettivo respiro all’intera economia reale europea. Un po’ quello che sta avvenendo in queste ore nel Regno Unito dove il Cancelliere dello Scacchiere ha presentato una politica di revisione delle spesa dura ma non come avrebbe voluto.

In modo, ha detto George Osborne ai Comuni, di “muovere il paese fuori dalla terapia intensiva, e portarlo dall’intervento di pronto soccorso al recupero”.

Giancarlo Infante