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Perché si all’aumento delle pensioni e alla lotta all’evasione – di Giuseppe Careri

Perché si all’aumento delle pensioni e alla lotta all’evasione  – di Giuseppe Careri

Nell’ultima trasmissione televisiva della La7, Piazza Pulita, condotta dal bravo Corrado Formigli, si è parlato, come in un ripetitivo refrain, dell’aumento delle  pensioni minime e dei pensionati. Nell’intervista a Marco Damilano, giornalista e vice direttore dell’Espresso, il conduttore ha chiesto: “cosa pensi dell’aumento delle pensioni minime? Naturalmente la risposta del giornalista ha ricalcato il populismo su questa questione, dicendo che è ingiusto soprattutto nei riguardi dei giovani.

Non voglio fare una difesa d’ufficio di milioni di pensionati, i quali spesso non arrivano alla fine del mese, rispetto a una minoranza che usufruisce delle famose pensioni d’oro, tra cui politici, magistrati, giornalisti.

Vorrei solo riportare l’argomento su un binario diverso, partendo da lontano, dagli anni 50-60, quando il Paese usciva fuori da una guerra disastrosa e le famiglie erano costrette a stringere la cinghia. Bene, in quei lontanissimi anni, milioni di persone, molto spesso poco più che bambini, si rimboccarono le mani per un salario, davvero minimo, che consentisse loro di guadagnare poche lire mensili. Erano lavori duri, nell’agricoltura, nell’industria metalmeccanica, in quella automobilistica, nell’edilizia; lavori usuranti, spesso rischiosi, senza le protezioni assicurative e di malattia di cui beneficiamo oggi.

Erano operai, contadini, sartine, calzolai, geometri, ingegneri, architetti tutti in imprese che contribuirono al miracolo economico attraverso il loro lavoro, il loro sacrificio, a volte della loro vita persa per una caduta da una impalcatura di un palazzo in costruzione privo di qualsiasi protezione.

Questi lavoratori, oggi settantenni, sottoposti spesso al potere rigido dei “padroni”, erano ligi, severi con se stessi e abituati ai sacrifici e al duro lavoro del cottimo, che forse i giovani di oggi non sanno nemmeno cosa sia.

Si iniziava a lavorare spesso da bambini, si facevano lavori a volte umilianti, subordinati al potere dei soldi e delle industrie che sfruttavano in tanti casi la mano d’opera. Tutto questo per anni, per decine di anni.

E poi le lotte studentesche del ’68, le rivendicazioni salariali dei metalmeccanici e di tutto il mondo del lavoro, gli scioperi del ’69, la lotta al terrorismo e lo sforzo di noi settantenni di costruire con il nostro lavoro e le nostre lotte una società più giusta, che garantisse ai nostri figli di frequentare la scuola, di iscriversi poi all’università, come era stato fino allora solo per i più fortunati.

In quell’epoca così lontana, le pensioni venivano erogate in base agli anni di lavoro effettivamente prestati, con contributi versati regolarmente, salvo quelli che andavano a finire, a volte, nelle tasche di qualche “mariuolo”. Non era casuale, infatti, che molti contributi trattenuti dalle imprese, non venissero poi versati nelle casse dello Stato.

Alla fine di un lavoro conquistato con le proprie forze, e con il sacrificio, arrivava finalmente la pensione di vecchiaia che riportata ad oggi era la metà di 500, 600, 700 euro. Certo, il metodo retributivo ha “premiato” le pensioni di molti lavoratori oggi a riposo. Ma si dimentica spesso che moltissimi attuali pensionati  hanno sacrificato al lavoro anche 50 anni della loro vita, e che, attraverso i contributi versati, hanno permesso a milioni di altre persone, di padri, nonni e nonne, di andare a loro volta in pensione grazie ai settantenni da cui erano preceduti e che ancora oggi sono il sostegno per i  figli che stentano a trovare un’occupazione, un lavoro, in grado di renderli indipendenti dalla propria famiglia e dai propri genitori, adesso, in pensione.

Assieme alle polemiche sull’aumento delle pensioni minime, è giunta notizia recentissima sui circa tre milioni di euro “guadagnati” in nero da Fabrizio Corona  e nascosti in un controsoffitto e in una banca austriaca.

Ecco, forse è giunto il momento di rendere veramente “tracciabile” il denaro utilizzato dalle nostre imprese, da chiunque ha un reddito, per far pagare finalmente le tasse a tutti. E’ il momento di fare una lotta vera, incisiva, contro l’evasione fiscale, se ne parla da decenni ormai, scovare i paradisi di tanti truffatori ai danni dello stato e di tutti i cittadini. E’ giunto il momento, insomma, di colpire tutti coloro che danneggiano le casse dello Stato, di colpire gli assenteisti, i furbetti del cartellino, ma soprattutto di colpire i grandi  evasori.

Abbiamo gli strumenti della legge per farlo, al di là delle dichiarazioni propagandistiche, con l’aiuto determinante della Guardia di finanza, dei Carabinieri, la Polizia, la Magistratura, perché la lotta al malcostume significa, veramente, aiutare concretamente i nostri ragazzi, i nostri figli, i quali sono il futuro del nostro Paese per le generazioni a venire. Altro che le pensioni minime!

Scrive Pirandello:     “ Ai miei figli, giovani oggi, vecchi domani”.

Giuseppe Careri