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Parte polemica la Conferenza internazionale sulla Siria. Situazione complessa con una soluzione non a portata di mano

Parte polemica la Conferenza internazionale sulla Siria. Situazione complessa con una soluzione non a portata di mano
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La cosiddetta “Ginevra 2”,  la Conferenza internazionale sulla Siria che in realtà si svolge sempre in Svizzera, ma a Montreaux, dovrebbe paradossalmente essere considerata un grande successo già solo per il fatto di essere cominciata. Molto ha congiurato perché non vedesse neppure la luce e nell’estate scorso tutti hanno pensato che potesse essere sostituita da un’invasione franco americana e da un più ampio conflitto che finiva per coinvolgere, almeno, Libano ed Israele.

Nel corso dell’ultimo anno più volte si è provato a far ripartire il processo di pace, ma i veti incrociati del Governo di Damasco e dell’opposizione siriana hanno fatto a lungo disperare che un giorno si riuscisse a vedere sedute attorno ad un tavolo entrambe le fazioni sostenute dai loro alleati sparsi un po’ per tutto il mondo.

Dietro l’opposizione vi sono Stati Uniti, Europa, Turchia, Arabia Saudita ed il resto degli emirati della Penisola arabica. A sostegno di Bashar al-Assad, la Russia e la Cina. A Montreaux é’ assente  l’Iran che deve essere considerato il principale alleato di Damasco. I rappresentanti di Teheran non sono stati voluti dall’Arabia Saudita e dagli altri stati a maggioranza sunnita costringendo il Segretario dell’Onu, Ban Ki-moon,  a fare i salti mortali per rimangiarsi l’invito ufficiale di partecipazione già rivolto all’Iran.

Il conflitto in atto in Siria, che affonda le radici anche in problematiche geopolitiche,  economiche e petrolifere, in cui sono tradizionalmente coinvolte alcune potenze occidentali, si è trasformato nel tempo anche in uno scontro settario religioso nel senso che il regime di Bashar al-Assad, basato su di una tradizione di laicismo nazionalista nasseriano, si è alleato ai gruppi sciiti per difendersi dai tentativi di rovesciarlo messi in atto dai gruppi sunniti. L’alleanza con gli sciiti, concretizzata sul terreno dal forte aiuto militare portato dagli Hezbollah libanesi, è stata favorita dal fatto che la famiglia degli Assad, come gran parte del gruppo dirigente siriano, fanno capo alla setta minoritaria degli Alawiti che ritiene, pure essendone distinta, di avere maggiori affinità con il mondo sciita.

manifestazione cairo

Nel terribile conflitto in atto, la cui parte più cruenta dura da quasi tre anni, da quando cioè si sono sviluppate in tutto il Medio Oriente le cosiddette rivoluzioni della “primavera araba”, si sono inserite anche consistenti frange dell’estremismo islamico sunnita che fa riferimento ai messaggi di al-Qaeda. Questi gruppi,  costituiti da migliaia di miliziani armati di tutto punto ed agguerritissimi,  hanno dichiarato l’intenzione di creare un vero e proprio stato islamico ripercorrendo l’esperienza dei talebani afghani. Proprio in questi giorni, ci sta provando a farlo concretamente, sui territori a cavallo tra Siria ed Iraq,  il gruppo dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante.  Così i militanti estremisti impegnati contro al-Assad sono diventati un punto di riferimento per tutti gli islamisti più radicali di tutti e cinque i continenti e richiamano combattenti anche dai paesi occidentali.

Il grosso ruolo svolto da queste milizie alqaediste  ha contribuito in qualche modo a favorire la fissazione della Conferenza di Montreaux perché l’Arabia Saudita, dopo l’esperienza di bin-Laden ed il conflitto afghano,  non ha più alcuna intenzione di favorire derive estremiste che, sia detto per inciso, si sono mostrate capaci di svilupparsi senza i finanziamenti e contro le direttive di Riyad.

C’è chi crede, o fa finta di credere, che un quadro così complesso possa essere risolto solamente costringendo Bashar al-Assad a lasciare il potere in modo da consentire di dare vita ad un governo provvisorio di transizione. E’ chiaro che la situazione è più complessa, ma da un punto fermo si deve pur partire.

La posizione di al-Assad in materia si è leggermente modificata nel corso del tempo. Una volta la sua risposta era semplice e diretta: nessuna intenzione di lasciare il potere. Oggi, la stessa linea sembra essere sostenuta in maniera meno determinata ed eventualmente subordinata allo svolgimento di libere elezioni, oltre al fatto di ricevere precise garanzie personali sul futuro.

In questo senso non deve essere sottovalutato il fatto che il regime di Damasco è comunque presente a Montreaux con il Ministro degli esteri siriano, Walid Muallem, nonostante  sappia benissimo che gli Stati Uniti e la Coalizione delle opposizioni siriane pongono la questione dell’esilio di al-Assad in modo pregiudiziale. Dunque, oggi, si tratta anche su questo punto.

Un altro aspetto su cui sicuramente sono in atto delle trattative riservate è quello relativo alle conseguenze personali che il conflitto, e numerose terribili e drammatiche vicende che lo hanno preceduto, potrebbero avere sul capo di Damasco ed il gruppo dirigente che gli sta attorno. Il loro timore è quello di essere trascinati di fronte ad un tribunale internazionale per crimini contro l’umanità anche come conseguenza dell’uso di armi chimiche più volte documentato e denunciato.

Le ultime accuse sono state mosse addirittura nelle scorse ore, pare in maniera molto circostanziata, da tre esperti di diritti umani entrati in possesso di documentazione, anche fotografica,  molto compromettente perché relativa alla “eliminazione sistematica” condotta nelle carceri siriane ai danni di circa 11 mila reclusi per motivi politici o etnici. Notizie come queste non possono che allarmare Bashar al-Assad.

assad putin

La posizione dell’Occidente e dei sostenitori dell’opposizione verso il leader aluwita di Damasco è stata sintetizzata all’avvio della Conferenza dal Segretario di Stato americano, John Kerry: “Non c’è alcuna possibilità che l’uomo che ha condotto una politica brutale contro il suo popolo possa riacquistare la legittimità a governare. Questo uomo ed i suoi scagnozzi non possono più tenere in ostaggio un’intera nazione.”

La reazione dei siriani non è stata tenera: “Nessuno può concedere o revocare la legittimità del presidente ad esclusione dei siriani stessi. Questo è il loro diritto e dovere “. Così ha risposto il  ministro Walid Muallem.

La Russia, come già accaduto nell’estate scorsa con il superamento della crisi sulla distruzione delle armi chimiche, tende a sfumare i toni attraverso il proprio  Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov: “tutti i giocatori esterni devono incoraggiare i siriani a raggiungere un’intesa e si devono astenere da tentativi di predeterminare accordi definitivi in modo da non pregiudicare  il processo negoziale “.

La Conferenza  “Ginevra 2”  deve allora essere vista come il primo passo di un processo articolato che richiede del tempo, forse, più ampio del previsto anche se le 130 mila vittime registrate in quasi 34 mesi e milioni di sfollati e senza casa richiederebbero, invece, un accordo veloce e definitivo.

Giancarlo Infante

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