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Obama e l’amaro calice della Siria Incontro a Instanbul con gli insorti siriani Il “d day” potrebbe essere Giovedì 29 Agosto

Obama e l’amaro calice della Siria  Incontro a Instanbul con gli insorti siriani  Il “d day” potrebbe essere Giovedì 29 Agosto

Tutto sarebbe pronto per l’intervento armato, ma Obama ancora aspetta, deludendo in parte i più bellicosi governi di Londra, Parigi, Ankara, oltre che quelli dell’Arabia Saudita e del Qatar. Per Barak Obama è assolutamente necessario ottenere un responso ufficiale dagli inviati dell’Onu che mercoledì 28 Agosto dovrebbero, forse, giungere ad una prima conclusione delle loro ispezioni sui luoghi dove si è consumato il drammatico sterminio di civili inermi con l’uso di bombe chimiche vietate dalle convenzioni internazionali.

Per questo, tutti danno per certo che i bombardamenti della Siria dovrebbero cominciare il giorno successivo, Giovedì 29 Agosto.

Barack Obama, comunque, prima di infilarsi in quella che, secondo molti analisti di cose militari, potrebbe rivelarsi un autentica trappola militare e diplomatica vuole essere sicuro di non passare alla storia come il “secondo Bush”, più o meno consapevolmente fuorviato da notizie vere, semivere, false del tutto.

Intanto, però, continua il rullo del tamburo da parte di chi è convinto che, di sicuro, si va verso un intervento armato.

Secondo quanto pubblicano alcuni organi di stampa arabi, Lunedì 26 Agosto, ad Istanbul si sarebbe tenuta una riunione tra emissari statunitensi, di altri paesi alleati occidentali e mediorientali con i leader dell’opposizione siriana. Nel corso dell’incontro gli occidentali avrebbero informato gli insorti siriani che, al più presto, ci sarà un attacco contro le forze regolari di Damasco. Dopo di che si punterebbe ad avviare delle trattative di pace che si dovrebbero tenere a Ginevra.
nave-lancia-missili
Si tratta di una ulteriore conferma del “pronti a partire” ribadito ufficialmente dal segretario alla Difesa Usa, Chuck Hagel, facendo riferimento alla preparazione dei piani per “punire” Bashar al-Assad per l’uso dei gas tossici di cui sono accusate di aver fatto uso le sue truppe.

All’agenzia Reuters, poi, alcuni partecipanti alla riunione, organizzata in un albergo di Instanbul, hanno detto che i ribelli si aspettano, dunque, un’azione militare ed hanno confermato di essere pronti a negoziare una pace. Forse, stanno precorrendo i tempi e lo svolgimento concreto delle cose.

Il fronte anti al-Assad era guidato da Ahmad Jarbe, appena eletto, con il sostegno dell’Arabia Saudita, Presidente della Coalizione nazionale siriana. Dall’altra parte del tavolo, gli inviati di 11 Paesi, quelli del gruppo dei cosiddetti Amici della Siria, tra cui Robert Ford, l’ambasciatore Usa in Siria.

Sul fronte dei sostenitori del Governo siriano, invece, c’è da registrare l’ennesimo intervento della Russia la quale continua a ritenere che siano stati gli insorti ad utilizzare armi vietate dalle norme internazionali. Il Vice ministro degli Esteri di Mosca, Gennady Gatilov, ha nuovamente messo in guardia Usa ed alleati dall’attaccare la Siria. Gatilov ha anche criticato Washington per l’annullamento dei colloqui bilaterali sulla Siria, in un primo momento previsti per Mercoledì 28 Agosto.

Ai russi si è aggiunta nuovamente la voce dell’Iran. A Teheran, un portavoce del ministero degli esteri ha ripetuto il concetto che un attacco contro la Siria avrà pericolose conseguenze per la regione. A fianco dell’esercito siriano, infatti, sono da tempo impegnati gli uomini di Hezbollah, milizia sciite che occupano anche una parte del Libano e , sembra, dotate di circa 60.000 missili, una buona parte dei quali potrebbe essere utilizzato anche contro Israele.
missili corta gittata
Anche la Cina è pronta a porre un “veto” alle Nazioni Unite nel caso che fosse presentata una risoluzione con la richiesta di un intervento internazionale armato.

Si tratta, dunque, di vedere come si muoverà il fronte anti Al-Assad. Al momento è da scartare l’ipotesi di un intervento sotto l’egida dell’Onu. Non sembra facilmente agibile neppure quella della Nato, visto che Germania, Italia ed altri paesi dell’Unione, pur riconoscendo la gravità della situazione umanitaria creata in Siria, non sono intenzionate a partecipare ad un conflitto senza il suggello degli organismi internazionali.

Resta l’ipotesi di un intervento, magari di durata limitata di due, tre giorni, portato avanti dai soli Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, per l’Occidente, cui si aggiungerebbero Turchia ed alcuni paesi della Lega Araba che condannano decisamente il Governo di Damasco.

In realtà, i missili sarebbero lanciati da mezzi navali statunitensi e britannici, mentre semmai i paesi mediorientali continuerebbero a sostenere sul terreno le milizie antigovernative siriane che hanno appena ricevuto 400 tonnellate di armamento vario via terra attraverso la Turchia.
assad putin
Ovviamente, si spera, che questo “limitato” intervento possa portare Bashar al-Assad, ed i suoi alleati, a più miti propositi e, magari, a rendere possibile quella conferenza di pace che, finora, non é mai stato possibile organizzare.

Gli Stati Uniti fanno sapere che loro non si muovono contro il popolo siriano. A parte che sarà difficile spiegarlo a chi morirà sotto le bombe ed ai loro familiari sopravvissuti, la frase spiega da sola le difficoltà della posizione del Presidente Obama che, al di là del rullar di tamburi sui giornali, sono evidenti.

Il punto del cosiddetto “non ritorno”, il famoso passaggio della “linea rossa” da parte di al- Assad, sembra portare inevitabilmente il Presidente degli Stati Uniti a fare quello che negli ultimi due anni non ha mai voluto fare: cioè intervenire nella crisi siriana. Obama sa molto bene che si rischia di sollevare un coperchio da cui può fuoriuscire di tutto, né più né meno come sta accadendo in Libia.

Giancarlo Infante