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L’Intervista / Alvaro Maccioni

L’Intervista / Alvaro Maccioni

Alvaro Maccioni è diventato uno dei personaggi più famosi della ristorazione italiana di Londra. Il suo ristorante “La Famiglia” di Langton Street del “Worlds End”, alla fine di Chelsea, da decenni e decenni continua a richiamare londinesi e britannici di ogni ceto sociale. Americani ed altri stranieri, famosi e sconosciuti. Ovviamente, tantissimi italiani che da Alvaro sanno di ritrovare, immancabilmente, sapori, accoglienza e clima che ricordano solo l’Italia.

Con il suo giardino, letteralmente preso d’assalto non appena arriva anche il più pallido filo di sole, ha creato un piccolo pezzetto di Toscana e d’Italia in terra di Albione. E questo piace a tutti i suoi clienti. Alcuni dei quali, come tanti famosi attori, cantanti e sportivi di fama mondiale, che lo conobbero magari già in King’s Road, dove aprì “Alvaro’s” nel 1966, non vanno a Londra se non prenotano da lui.

La vita di Alvaro è sempre stata scandita da tre cose che hanno sostituito in lui i globuli rossi, quelli bianchi e le piastrine del suo sangue: il ristorante; la propria famiglia, a partire dalla splendida moglie Letizia; la caccia. Al resto lui tiene di meno: fama internazionale, conoscenze di lusso, il successo sul lavoro.

E’ rimasto, umanamente parlando, quel ragazzo semplice e forte che partì dal centro della Toscana per giungere a Londra il 2 Ottobre 1958. Arrivò da emigrante in quella che era ancora la Londra ”grigio fumo” dello smog. In mano, solo un permesso di soggiorno. Nella testa e nel cuore tanta voglia di lavorare e di emergere. Subito trovò il lavoro alla “Terrazza” di Mario e Franco, in Soho, il primo quartiere londinese della “movida” notturna di quei tempi. Mario e Franco erano due valenti ristoratori italiani che, però, per attirare gli inglesi, facevano della cucina francese con nomi italiani: “Una cucina di salse- dice Alvaro- di ragù…”
A questo punto del suo racconto, sollecitato anche da uno degli ottimi vini italiani della sua lista, mi viene spontaneo trasformare la chiacchierata in un’intervista.

Alvaro, non era una cucina italiana, diciamo vera?

“ No non era cucina italiana. Anche se una cucina italiana non esiste. Noi abbiamo le cucine regionali. La mia, ad esempio, è toscana all’80 per cento. E’ quella di mia nonna di mia madre…”
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Non a caso hai scritto il libro in inglese “Mamma Toscana”

“ Certo, perché è importante rispettare e valorizzare le proprie radici. Tra poco, molte delle mie ricette corrono il rischio che non si trovino più neppure nella stragrande maggioranza delle trattorie italiane. Ad esempio la Carabaccia. Io importo la “chianina” perché la fiorentina dev’essere quella giusta. Lo stesso vale per il cinghiale, che ho introdotto qui perché era quasi scomparso. Oggi vanno alla grande le pappardelle al cinghiale…”

Tu hai cominciato alla “Terrazza” di Mario e Franco dove, in poco tempo, sei diventato il direttore e dove hai conosciuto anche Enzo Apicella, con cui dopo avvierai l’avventura della “Aretusa”. Ma la fama mondiale te la dette subito il tuo primo locale: “Alvaro’s”

“In effetti, ne ho fatte tante. Perché dopo il grande successo dell’Alvaro, che aprii nel 1966, ho avuto fino a 18 ristoranti tutti insieme. Qui, a Londra, nacquero le prime grandi catene di ristoranti di successo. Poi, la “Emi”, quella dei dischi, volle coinvolgermi nella creazione di ristoranti in una loro catena di alberghi. Sai con “Alvaro’s”, in King’s Road, mi ritrovai immediatamente ai tavoli con personaggi di fama mondiale, anche se io, per modestia, non avevo invitato quasi nessuno. Venne gente come Antonioni, Broccoli, il papà di 007, Frank Sinatra, Sammy Davis Junior, Gregory Peck, Elizabeth Taylor, Michael Caine, Terence Stamp, Albert Finneye, e tanti, tanti altri. Dopo otto giorni dall’apertura mi si presentò persino la Principessa Margaret. Era il periodo della rottura dei vecchi schemi della tradizione inglese. Erano i giorni in cui si respirava ancora, forte, l’aria dei Beatles e della modernità.”

Poi, hai un successo ancora più grande con l’Aretusa. Forse il club di Londra più famoso nella storia.

“Lo abbiamo aperto, con Enzo Apicella e Mino Parlante, sempre in King’s Road. C’era ogni sera la rissa per entrare. L’idea che si rivelò vincente fu quella di creare un comitato con rappresentanti di tutti i settori della società e dell’intelligentsia londinese ed internazionale. Loro sceglievano i nuovi soci da aggregare. Gente che veniva dal giornalismo, dall’arte, dal cinema, dalla televisione, dalla politica, dall’economia. Erano in 24 a valutare le domande d’iscrizione, che arrivavano a frotte. Non ti dico cosa succedeva quando c’erano i famosi eventi sociali britannici, come il Chelsea Flower Show di Maggio, o Wimbledon o Silverstone, per la Formula 1. Oppure si girava un film a Londra. Mamma mia! Non c’era la possibilità di fare entrare uno spillo. Un’esperienza unica. Poi, pure quell’avventura è terminata e mi sono buttato nella sfida de “ La Famiglia” che ho aperto nel 1975”.

Un posto difficile perché sei venuto davvero alla “fine del mondo”. Non a caso si chiama “World’s End”

“Si qui, anticamente, c’erano le paludi e da qua buttavano fuori gli indesiderati. Quando ci sono arrivato io, ovviamente, non era così, ma è stata una avventurosa scommessa lo stesso. Tutti gli amici mi sconsigliavano perché era troppo fuori mano. In questi stessi locali ci sono stati, prima di me, otto ristoratori: tutti falliti! Un vero e proprio cimitero di ristoranti. Ma io mi sono intestardito a fare “La Famiglia” proprio qua. Pensavo che, contrariamente a quel che noi crediamo, agli inglesi piacciono le novità. Sono conservatori, ma sono curiosi. Ed io gli ho portato un vero ristorante toscano. Questo mi ha assicurato il successo. Soprattutto, a partire dalla risposta positiva incontrata tra le classi colte. Tra quei londinesi che già frequentavano l’Italia e conoscevano il meglio della cucina toscana. In alcuni casi, erano in grado pure di dare lezioni in materia a tanti ristoratori improvvisati…”.

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So che, però, hai dovuto fare una dura battaglia per poter utilizzare il giardino

“Durissima, non dura. Gli inglesi sono buoni e cari ma quando ci sono di mezzo le regole non scherzano. Anche se sanno che sono regole stupide. Solo che loro interpretavano la legge male. Nel senso che, a quei tempi, tu non trovavi un solo tavolino per strada a Londra. E non solo perché pioveva sempre o perché c’era il nebbione così fitto che rischiavi di sbattere ai lampioni per strada. Fuori, per la strada, non si mangiava e non si beveva, per mentalità ed abitudine. Pensa che molti ristoranti dovevano avere i vetri appannati o chiusi dalle tende, perché non si vedesse la gente, dentro, che mangiava. Io dovetti andare fino in Tribunale. Lì obiettai che il giardino non era lo stesso “fuori” della strada perché era una parte “fuori”, ma interna del ristorante. Insomma, vinsi all’inglese e sono stato, così, il primo ad avere la licenza per il mangiare ed il bere all’aperto. Adesso, se vai in giro per Londra è come da noi: tavolini dappertutto”.

Anche, qui, inutile sottolinearlo un grande successo. Ogni volta che vedo Enzo Apicella a Roma mi dice che tu sei l’unico che, anche durante la crisi, sei sempre stato pieno. Continuano a venirti a trovare principi, politici, attori. Chi ricordi in particolare?

“ E’ più facile dire chi non ho incontrato. Abbiamo avuto primi ministri di tutte le nazioni. Duchi e nobili di ogni genere. L’altra settimana, hanno prenotato separatamente, e si sono trovati da noi, Juan Carlos ed il cognato Costantino di Grecia. Durante Wimbledon passano tutti: giocatori e spettatori più importanti. Ho avuto tanti componenti la famiglia Reale, dal principe Carlo al figlio Williams e la nuora Cate. Ma ho anche il piacere di avere italiani illustri, come ad esempio Benigni. Tanti meno conosciuti, ma non per questo meno graditi. Per tutti quanti loro, ci impegniamo a ricreare uno po’ dello spirito di una famiglia vera e propria”.

E’ per questo che esponi in bella mostra il ritratto in cui sono raffigurati, con te, tua moglie Letizia ed i tre vostri figli. Marietta, la femmina, è quella che, addirittura, ora sta qui con te a “La Famiglia”. So che si sentono tutti e tre italianissimi, ma sono contenti di essere sparsi per il mondo, dove tra l’altro raccolgono un grande successo nelle loro attività. Tu, da Londra, come vedi l’Italia?

“E’ come da ragazzino che in tua madre vedi la Madonna. Poi, cresci e vedi pregi e difetti, ma non cessi di amarla come tua madre. Io devo il mio successo al fatto di essere italiano. Però, per avere successo devi andare all’estero perché in Italia hai l’impressione che conta solo essere più furbi. Poi, vedo tanti cambiamenti in atto.
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Attraverso i contatti quotidiani che ho con l’Italia, vedo che siamo cambiati. Una volta acchiappavamo le opportunità senza pensarci sopra due volte. C’era da lavorare? Si lavorava! C’era da guadagnare di più? Si lavorava ancora di più! Oggi, molto spesso, quando ragazzi italiani mi vengono a chiedere il lavoro, per prima cosa, vogliono sapere quante ore lavorano, quando arrivano le ferie e via di seguito. Pensa ai miei tempi, se avessi cominciato così quanta strada avrei fatto!”

Londra, invece, quanto è cambiata?

“Talmente tanto che non è più una città inglese come una volta. Vedo che è cambiata proprio la mentalità della gente, con idee molto più aperte. La differenza tra i cambiamenti dei britannici e quelli di noi italiani sta nel fatto che loro programmano le cose e sanno perché decidono di cambiare. Questo vale per tutto. Io lo vedo dalla parte alimentare,ovviamente. Anche perché facendo il consulente di una grande catena di distribuzione, tocco con mano la loro determinazione nel cercare di fare sempre il meglio, di trovare prodotti sempre migliori. I dirigenti di questa compagnia mi dicono sempre:Alvaro scegli il meglio perché è con il meglio che noi vinciamo. Questa mentalità vincente, però, loro la portano in ogni cosa. Prima di cambiare, ci pensano mille volte. Discutono, anche animatamente. Ma quando hanno deciso vanno avanti fino alla fine. Sanno esattamente il perché, il come, il per cosa, e via di seguito”.

Dell’Italia cosa ti preoccupa, vista da oltre 2000 chilometri di distanza?

“Ci vuole troppo tempo per cambiare qualsiasi cosa. C’è troppa burocrazia. Non viene favorito lo spirito d’intraprendere. Non si punta sui giovani. Neppure sui vecchi, per dire la verità. Né sulle novità, né sulla tradizione. Non si punta più su nulla e su nessuno! Andiamo avanti così. In Toscana si direbbe: ciondoloni! Invece, l’Italia deve cambiare velocemente. Inoltre, lo Stato non può decidere tutto. Resto nel mio settore, ma il discorso si potrebbe allargare ad altri aspetti della vita: se un imprenditore, un commerciante, un artigiano vuole aprire la sua bottega perché deve restare chiuso negli orari fissati dagli altri? L’imprenditore della mia bottega sono io, non lo Stato. Io rischio, non lo Stato. Io fatico, non lo Stato! Però, se io ho successo è tutto il mio Paese che ha successo con me”.

Intervista di Giancarlo Infante