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Letta- Renzi: “dualismo continuo”. Nessuna novità nella storia della Repubblica. Anzi, in qualche modo il “sale” della politica italiana

Letta- Renzi: “dualismo continuo”. Nessuna novità nella storia della Repubblica.  Anzi, in qualche modo il “sale” della politica italiana

La storia della Repubblica italiana è piena di “dualismi” e di battaglie politiche che finivano per essere catalizzate attorno a due figure che si contrapponevano. In molti casi hanno costituito il “sale” della politica italiana e a renderla persino interessante e coinvolgente.  Molto spesso i motivi di competizione sono stati dettati da diverse visioni politiche. Nascevano e si consolidavano, infatti, sulla base delle necessità del cambiamento che la società italiana, con un certo andamento ciclico, richiedeva.

Per la particolare situazione creatasi con le elezioni  del 1948, con la rottura del fronte antifascista, su tutto si impose la sfida tra Alcide De Gasperi, da una parte, e Palmiro Togliatti, dall’altra. Poi, con il netto predominio del leader trentino, molte delle grandi competizioni si sono svolte all’interno della Democrazia Cristiana. La prima fu quella tra De Gasperi e Giuseppe Dossetti. Tra il rappresentante dei “vecchi” democristiani dei decenni oscuri passati sotto il fascismo e quello dei “giovani professorini”, Fanfani, la Pira, Lazzati, che puntavano tutto sul rinnovamento culturale, sociale ed economico del Paese e su questa carica di rinnovamento portarono ad una effettiva “modernizzazione” della Democrazia Cristiana. Da partito in gran parte rurale, così come lo era stato il Partito Popolare di Sturzo, si trasformò in partito dell’impresa, pubblica e privata, in partito dello Stato.

Poi nacque il dualismo tra l’Amintore Fanfani, da Arezzo, decisionista e rampante ed il flemmatico e diplomatico barese Aldo Moro. Agli inizi il contrasto fu originato dalla diffidenza provocata dalla determinazione con cui il professore aretino volle aprire ai socialisti. A Moro toccò esprimere le perplessità del “corpaccione” del partito ancora restio a staccarsi dal centro destra e a fare quello che allora appariva il “salto nel vuoto” rappresentato dall’alleanza con il socialista Pietro Nenni.

moro fanfani

Il dualismo tra i due, che personalmente si stimavano sinceramente, continuò negli anni e, paradossalmente, si rovesciò. Morò divenne, dopo il ’68, l’uomo dell’ascolto della nuova società, l’uomo “dell’attenzione”, come piaceva essere definito. L’uomo che aprì completamente al dialogo la Dc con il Partito Comunista, nel frattempo diventato il partito egemone della sinistra, con circa il 30 per cento.

Fanfani, invece, si ritrovò ad essere il punto di riferimento della moderazione e dell’integralismo cattolico. Poi, la forza delle cose si imposero e i due divennero i cosiddetti “cavalli di razza” destinati a guidare comunque la transizione di un partito e di un Paese  che necessitavano di profonde trasformazioni. Fanfani, così, assecondò, o non ostacolò fino alle estreme conseguenze, la strategia morotea che tendeva a contenere l’avanzata comunista con il confronto fino a quando il rinnovamento della società italiana non avesse consentito di giungere alla costruzione di una realtà politica ed istituzionale veramente nuova.

Purtroppo, la tragica fine di Moro chiuse drammaticamente questa fase e ne aprì un’altra. Quella che, nella Dc,  vide la contrapposizione tra Ciriaco De Mita ed Arnaldo Forlani. Due giovani che in precedenza avevano provato a scalzare i “cavalli di razza”. Alla fine, invece, erano stati costretti a mordere il freno per parecchi anni.

Poi, venne la contrapposizione a sinistra. Tra il socialista Bettino Craxi impegnato vanamente a sostituire al posto di guida della sinistra il comunista Enrico Berlinguer. Alla morte di quest’ultimo, il contrasto del socialista rampante si trasformò nella lotta contro Giulio Andreotti. Sullo sfondo brutte storie. Come quelle delle battaglie per il controllo dell’Eni, gli scandali della P2 e tante altre cose ancora che  contribuito non poco allo sbocco di “tangentopoli”.

prodi berlusconi 1

Con la cosiddetta “seconda repubblica”, i dualismi si ripresentano. Niente cambia. Anche se uno dei contendenti é destinato a restare abbastanza fisso. Cioè Silvio Berlusconi che si è un po’ guadagnato quell’appellativo di “rieccolo” che tanto calzò bene a Fanfani. Nella “nuova” Repubblica abbiamo assistito al Prodi contro Berlusconi, al D’Alema contro Prodi, di nuovo, al Prodi contro Berlusconi, al D’Alema contro Veltroni. Anche al Berlusconi contro Veltroni.  Insomma, tutti confronti alla “cavalleria rusticana”. Perché anche il sistema elettorale ha finito per ridurre la politica italiana quello che in realtà non è: ad uno scontro tra persone, mentre la dialettica é molto più complessa così come più significativo é lo scontro tra interessi, di vario genere.

E‘ più facile, allora, anche per il giornalisti,  ridurre tutta la complessa politica italiana a questo tipo di battaglia politica e far ruotare tutto attorno a due sole persone.

Lo si sta facendo anche in questi giorni con il confronto che si fa sempre più aspro e senza esclusione di colpi tra Enrico Letta e Matteo Renzi.

In realtà, anche in questo caso, lo scontro è politico. In qualche modo, deve essere interpretato guardando ai grandi interessi diversi che i  contendenti stanno rappresentando o di cui sono diventati i punti di riferimento. I due, chiaramente, si richiamano a diversi modi di fare politica. Hanno uno stile diverso e la cosa favorisce la contrapposizione frontale nei momenti più acuti di divergenza. Probabilmente, rappresentano diverse strutture di “potere” finanziarie ed imprenditoriali che, oramai, assumono dimensioni internazionali.

Non tutto è chiaro sotto questo punto di vista perché, è ovvio, né Letta, né Renzi ci vengono a raccontare i loro punti di riferimento.

G. I.