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La ” solitudine” del giornalista. Soprattutto quando è scomodo … al potere – di Giuseppe Careri

La ” solitudine” del giornalista. Soprattutto quando è scomodo … al potere – di Giuseppe Careri

“La solitudine di chi lavora in un quotidiano è sapere di dare un dispiacere alle fonti, che spesso sono fonti importanti la politica, l’economia, la finanza, le società di calcio”.

E’ quanto afferma il Presidente del Fatto Quotidiano Antonio Padellaro in un incontro con gli studenti universitari sul ruolo del giornalista e della stampa nella contemporaneità svoltosi nei giorni scorsi presso l’Università La Sapienza di Roma.

Il dibattito tra professori universitari, giornalisti e numerosi studenti, ha toccato diversi aspetti sul ruolo del giornalista nei riguardi del “potere”, soprattutto in un momento di crisi delle culture politiche, della scuola e dell’informazione.

Oggi la rete consente a chiunque di accedere a fonti informative di vario genere, dalla cronaca, allo spettacolo, alla medicina. Molti ritengono che l’informazione dei social network, e di internet più in generale, siano più attendibile di quanto si legge nei media tradizionali. Si ritiene, infatti, che l’intermediazione giornalistica sia ormai superata dal vero e proprio “tsunani” fatto di informazioni e comunicazioni disponibili sul Web.

“La conoscenza sta prendendo la forma della rete”, annuncia con entusiasmo David Weinberger in un suo recente libro, Too Big To Know, nel quale scrive: “Oggi il sapere non risiede solo nelle biblioteche, nei musei e nelle riviste accademiche; non risiede solo nel cranio degli individui: le teste e le istituzioni non sono abbastanza grandi per contenere il sapere. La conoscenza è oggi una proprietà della rete, e la rete abbraccia le imprese, i governi, i media, i musei, le collezioni private e le menti che comunicano tra loro”.

 Il famoso sociologo Umberto Eco, recentemente scomparso, avverte però che: “In questa piattaforma circola di tutto, vi scrivono tutti; i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano soltanto al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”.

Antonio Padellaro, dopo aver riconosciuto un ruolo importante anche al “citizen Journalism”, cioè alla capacità di piccole emittenti di realizzare uno scoop giornalistico, come accaduto recentemente alle primarie di Napoli, dove una piccola emittente, Fanpage, ha denunciato con immagini riprese da un cellulare il voto di scambio avvenuto durante le votazioni per le primarie del Pd.

Il Presidente del Fatto Quotidiano affronta, quindi, il problema dei rapporti dell’informazione con “il potere”. “I giornalisti devono abituarsi a camminare da soli, afferma Padellaro. Significa essere con i piedi dentro la realtà, con tutti coloro che possono darci informazioni, con coloro, che non frequenteremo, con i quali non ci prenderemo nemmeno un caffè. Ma che possono darci delle informazioni”. E riferendosi a nuove forme di “potere” fa un riferimento ai presidenti delle società di calcio: “E’ accaduto, accade, che cronisti i quali non raccontano ciò che i presidenti delle società di calcio vogliono che finisca sulle pagine del giornale, vengono addirittura esclusi dalle conferenze stampe con grave nocumento per il loro lavoro”.

Nel suo intervento introduttivo il Prof. Mario Morcellini ha richiamato l’attenzione su quella che si può definire la “scomparsa delle culture politiche” emersa a suo avviso durante la presentazione al Senato  di un rivista di filosofia morale con un dibattito tra storici, giornalisti, politici.

Nel ragionamento di questa rivista, dice, gli autori si interrogano, ognuno per la propria area, sulle ragioni della scomparsa della propria cultura politica, destra, sinistra, centro. Il profondo cambiamento, peggio ancora la scomparsa delle culture politiche, scomparsa non sostituita da altri valori, crea anche la crisi dei giornali e dei giornalisti la quale si aggiunge alla crisi della scuola e della famiglia.

“La crisi del mercato dei lettori”, sottolinea il Professore Mario Morcellini,  “è incredibilmente simile all’aumento dell’astensionismo in politica e, comunque, alla fine della partecipazione; c’è questa analogia importantissima tra declino della politica e declino del giornalismo. Tutto questo se si pensa a quanto il giornalismo sia stato decisivo per costruire e accreditare l’idea della democrazia”.

Stefano Feltri, vice direttore del Fatto Quotidiano descrive poi il quadro preoccupante della stampa italiana, dei suoi investitori nei consigli di amministrazione, e di quanto sia difficile per il giornalista camminare ormai da solo.

“Lo scenario che si sta definendo è di un grande gruppo editoriale costituito dal nuovo gruppo Espresso, fatto dal gruppo De Benedetti con interessi nella sanità privata, nell’energia, nel settore dell’auto, che oltre alla Repubblica controlla La Stampa e Il Secolo XIX. In questo consiglio di amministrazione ci sarà John Elkan presidente della Fiat e di Exor,  una delle principali società d’investimento europee,  una holding presente  nella finanza, nell’assicurazione, nella Fiat. Questo gruppo ha al suo interno alcuni principali giornali nazionali italiani, più una lunga serie di giornali locali. Poi c’è RCS, nel cui azionariato ci sono alcuni grandi imprenditori italiani: Della Valle, Urbano Cairo, che ha anche la7, Banca intesa ecc ecc”.

Feltri sottolinea la difficoltà per molti giornalisti di essere indipendenti, padroni di se stessi e della propria professione. Soprattutto è difficile per i giornali indipendenti, aggiunge Feltri, ottenere pubblicità dai settori finanziari, dalle banche e dai gruppi industriali, entità delle quali in molte occasioni si è criticato o denunciato il loro strapotere, a volte anche la corruzione. Le pressioni economiche sono tantissime. Feltri conclude il suo intervento: “La nostra scommessa è  offrire informazione di qualità come gli approfondimenti e gli scoop. Soprattutto sui temi che gli altri giornali tendono a tenere nascosti. Come la storia delle trivellazioni”.

Gli attori veramente interessati alla diffusione della conoscenza e a una maggiore democrazia devono ognuno fare la propria parte nel campo di loro competenza: chi fa le leggi, chi controlla l’applicazione delle leggi del diritto dei cittadini ad essere informati, chi sceglie le notizie che devono essere pubblicate, come è scritto nella testata del New York Times: “All the news That’s fit to print. Cioé “Tutte le notizie che val la pena di stampare”.

Certo sono lontani i tempi in cui il presidente della BBC, Sir John Reith,  nel 1923 scriveva: “Informare, Istruire, Intrattenere”.

Questo  l’auspicio di studiosi, giornalisti e di tutta la platea presente al convegno dell’Università La Sapienza.

Giuseppe Careri