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La pena di morte e l’impegno dell’Italia per la sua abolizione in tutto il mondo – di Ruben Di Stefano

La pena di morte e l’impegno dell’Italia per la sua abolizione in tutto il mondo – di Ruben Di Stefano

L’11 aprile 2017 Amnesty International ha pubblicato l’ultimo Rapporto sulla pena di morte nel mondo: nel 2016 sono state 1.032 le esecuzioni capitali registrate, in confronto alle 1.634 del 2015. Più della metà dei paesi ha abolito la pena di morte di diritto o di fatto.

 Gli ultimi dati, aggiornati al mese di aprile 2017, parlano chiaro: 104 paesi hanno abolito la pena di morte per ogni reato; 7 paesi l’hanno abolita salvo che per reati eccezionali, quali quelli commessi in tempo di guerra; 30 paesi sono abolizionisti di fatto, poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni ovvero hanno assunto un impegno, a livello internazionale, a non eseguire condanne a morte. Pertanto, in totale, 141 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica e, sebbene 57 paesi la mantengono ancora in vigore, quelli che concretamente la eseguono sono molti di meno.

 Tuttavia, da un’attenta analisi dei dati contenuti nel rapporto di Amnesty International (cfr. https://www.amnesty.it/pena-morte-nel-mondo-rapporto-2016-17/), emerge chiaramente come la pena capitale rimanga tuttora oggi una piaga, per l’eliminazione della quale la comunità internazionale deve ancora impegnarsi a fondo.

 Amnesty, fondata nel maggio del 1961 dall’avvocato inglese Peter Benenson, è tra le più importanti organizzazioni non governative internazionali impegnate nella difesa dei diritti umani, il cui scopo precipuo è – per l’appunto – quello di promuovere in maniera indipendente e imparziale il rispetto dei diritti sanciti nella Dichiarazione universale dei diritti umani firmata a Parigi il 10 dicembre del 1948.

 Quello dell’abolizione della pena di morte è da sempre un tema caro per il nostro Paese, come anche per la sensibilità di tutti noi: in modo incondizionato e trasversale, prescindendo dall’appartenenza o meno ad un partito politico ovvero ad una fede religiosa piuttosto che ad un’altra.

 Con parole diverse, si tratta di una tematica che merita di essere affrontata senza preconcetti ideologici di qualsivoglia genere e origine.

 La lotta contro la pena di morte è una questione di civiltà, come si suole dire, senza se e senza ma. La pena di morte nega in radice la dottrina dei diritti dell’uomo, che è fondata sul rispetto per la vita e sulla dignità degli esseri umani.

 Giustamente, all’Italia viene universalmente riconosciuto un ruolo di avanguardia nella battaglia per l’abolizione della pena di morte. Il nostro è un Paese del tutto abolizionista. Lo è sempre stato. Non è un caso, invero, che il primo Stato al mondo ad abolire la pena capitale sia stato il Granducato di Toscana nel 1786, seguito successivamente dalla Repubblica di San Marino nel 1865.

Nel Regno d’Italia la pena di morte è stata cancellata nel 1889, per poi essere reintrodotta nel 1926 per tutto il ventennio fascista e nuovamente eliminata, per i soli reati commessi in tempo di pace, con l’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana nel 1948. Infine, solo con la legge costituzionale n. 1 del 2 ottobre 2007, che ha modificato il quarto comma dell’articolo 27 della Costituzione, la pena di morte è stata eliminata definitivamente anche dal codice militare di guerra.

 In ambito Internazionale, poi, non dimentichiamoci che è stato proprio il Governo Italiano il primo a portare davanti alla Commissione Diritti Umani di Ginevra la questione della moratoria universale: mi riferisco all’importante traguardo raggiunto il 18 dicembre 2007, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato (con 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti) una mozione presentata dal nostro Governo, con la quale è stata decretata la sospensione a tempo indeterminato della esecuzione delle sentenze capitali in tutti i paesi membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

 Determinante è stata (e lo è tutt’oggi) anche l’incessante attività portata avanti dalle molteplici realtà e movimenti nazionali ed internazionali impegnati assiduamente sul tema in discorso, come ad esempio, e solo per citarne alcuni tra i più importanti, la Comunità di Sant’Egidio, Nessuno Tocchi Caino e il Partito Radicale Transnazionale.

 A tal riguardo, proprio nel mese di giugno 2017 si è svolta Washington DC, presso la Catholic University of America, l’Assemblea generale della World Coalition to abolish the Death Penalty (ossia della Coalizione mondiale per abolire la pena di morte) dal titolo “Nessuna giustizia senza vita”. Una conferenza promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e da un folto numero di organizzazioni cattoliche (e non solo) statunitensi impegnate per l’abolizione della pena di morte, alla quale ha partecipato una delegazione italiana formata, tra l’altro, dall’ On. Mario Marazziti (attualmente Deputato e Presidente della XII Commissione Affari Sociali della Camera), che da più di vent’anni è in prima linea in questa battaglia di civiltà e che già nel lontano dicembre del 2000 presentò all’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan una petizione firmata da 3,2 milioni di persone, provenienti da 145 nazioni diverse, a sostegno della citata moratoria  universale della pena di morte.

 Insomma, per riprendere le parole del presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, l’Italia non si è limitata a bandire la pena capitale dal proprio territorio, ma si è adoperata, a livello politico, diplomatico, giudiziario, affinché l’abolizione della pena di morte diventasse patrimonio di tutta l’umanità” (così il 23 febbraio 2016 nel corso del convegno “Per un mondo senza pena di morte”).

 Dunque, nel mondo sono stati compiuti molti passi in avanti verso l’abolizione della pena di morte anche grazie all’impegno determinante e la tenacia del nostro paese.

 La strada da percorrere per una completa e generalizzata abolizione della pena capitale, comunque, è ancora lunga, ed è per questo che oggi occorre ribadire con forza che gli Stati – tutti, nessuno escluso – debbono interrompere questa inutile barbarie. La pena di morte va estirpata e abolita perché è una pena incivile. La morte è sempre in ontologica opposizione a qualsivoglia idea di giustizia terrena o divina e, prima ancora, di dignità e umanità. Si tratta di un dovere e un impegno culturale irrinunciabile. E’ inaccettabile che uno Stato, al pari di chiunque altro soggetto, arroghi a sé il diritto di vita o di morte su un individuo; è del tutto “assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio” (Cesare Beccaria).

 Pertanto, l’auspicio è che questo cammino intrapreso ormai da molti anni dall’Italia possa proseguire con sempre più vigore e determinazione, in sinergia con gli altri paesi e con il sostegno dell’Unione Europea, ricordando sempre che la ferma e incondizionata “opposizione alla pena di morte non può essere fine a sé stessa, ma deve essere solo un elemento di una battaglia generale per la dignità umana” (Sabino Cassese).

 avv. Ruben Di Stefano