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La direzione del Pd conferma il clima da “bassa pressione” tra Letta e Renzi. Ma i margini del Segretario non sono ampi

La direzione del Pd conferma il clima da “bassa pressione” tra Letta e Renzi. Ma i margini del Segretario non sono ampi

La prima direzione del Partito Democratico a guida di Matteo Renzi non sembra modificare di molto le carte in tavola. Anche se l’andamento meteorologico tra Matteo Renzi e Enrico Letta sembra tendere verso la bassa pressione.

Renzi critica gli scarsi risultati del Governo. Letta evita di farsi vedere alla Direzione e ricorda al Segretario le condizioni in cui lui è finito e  ancora resta a Palazzo Chigi. Letta dissente  dal giudizio negativo di Renzi sul bilancio di nove mesi, ma é d’accordo sul “ripartire” con il suo Governo. Il Segretario replica lasciando da parte i motivi di dissensi con Letta. Punture di spillo  che fanno intuire dissensi, frustrazioni, ostilità latenti. Un bel teatrino, insomma, per chi vuole cambiare la politica italiana. Una doccia fredda per chi sperava di vedere delle novità positive.

Il neo Segretario del primo partito italiano vorrebbe cambiare tanto le cose. Quasi completamente ciò che sta caratterizzando l’attuale complessa fase della fine del “berlusconismo” e della cosiddetta “seconda repubblica”.  Vorrebbe cambiare tutto a partire dal fatto di collocare se stesso a Palazzo Chigi,  convinto com’è che solo da un suo diretto impegno decisionale possa venire un mutamento effettivo. Gli altri, chi più chi meno, sono il “vecchio” da superare.

Così a Renzi piacerebbe tanto portare a livello nazionale quel sistema elettorale che gli ha consentito di fare il Sindaco di Firenze. Sì, perché lui vorrebbe proprio fare il Sindaco d’Italia. Peccato che secondo molti si tratta, ad oggi, di un’ipotesi anticostituzionale. Oltre che difficile da realizzare.

La situazione di fatto, insomma, costringe Matteo Renzi ad un gioco di cesello che non sempre è possibile sviluppare come egli vorrebbe, alla luce della materia prima che si trova a maneggiare.

Intanto, deve tenere conto  che una consistente parte del Pd gli è platealmente ostile. Poi,  deve constatare come la recente sentenza della Corte Costituzionale abbia profondamente modificato lo scenario su cui si staglia il suo ruolo di leader del Pd. La fine del “porcellum” ha, infatti, cambiato completamente quei punti di riferimento che, se per 20 anni hanno giustificato il ruolo e la presenza di Silvio Berlusconi, sembravano anche giustificare il ruolo e la presenza di un politico come Matteo Renzi. Purtroppo per lui  non ci sono più.

berlusconi renzi

La Corte Costituzionale, di fatto, ha fatto tornare indietro le lancette della politica riportando tutto in pieno  sistema elettorale proporzionale. Se si andasse a votare domani, e niente, in teoria, vieterebbe che ci si possa anche andare, Matteo Renzi non guiderebbe più un partito o una coalizione in corsa per la maggioranza,  bensì sarebbe costretto ad entrare nella logica delle intese da costruire, faticosamente, con chi ci sta. Né più né meno come accadeva ai tempi della cosiddetta “prima repubblica”. Altro che l’uomo solo al comando che da solo si carica sulle spalle il fardello delle scelte e delle decisioni.

Renzi, così, dovrebbe, in una situazione ancora più complicata, fare quello che sta esattamente facendo Enrico Letta già oggi. Mediare e viaggiare quotidianamente sul filo dei compromessi. Altro che fare il Sindaco d’Italia.

L’alternativa a questa situazione sarebbe quella di intervenire sulla legge elettorale in modo da trovare un meccanismo che consenta, di nuovo, di reintrodurre quel premio di maggioranza che piace tanto sia a lui,  sia a Berlusconi.

Per fare ciò si devono trovare i voti in Parlamento.  Ancora una volta tocca mediare visto che i voti, da solo, il Pd non ce l’ha neppure oggi che ha in mano tutta la Camera dei Deputati da solo.

Il neo segretario del Pd non ignora certo la consistenza e la scivolosità del terreno in cui è costretto a camminare lungo il viottolo del suo partito. Nonostante le apparenze, é’ costretto a dire e a non dire. Si lamenta dell’operatività del Governo di Enrico Letta, ma sa che ancora non potrebbe farlo cadere e che non si troverebbe nella condizione migliore se decidesse di farlo cadere. Ammesso che i suoi parlamentari, in maggioranza non ancora tutti renziani, lo seguissero su una strada tanto lacerante.

Così, anche lui deve ripetere quello che sta dicendo da tempo in attesa di tempi migliori. Propositi di rinnovamento del Pd e del Paese.

Letta aspetta. Chissà che  non preferisca limitarsi a fare ogni tanto qualche precisazione e lasciare il pallino in mano a Renzi sapendo, lo ha imparato in questi mesi sulla propria pelle, come è difficile mettere il punto…

Giancarlo Infante