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Jobs Act: fatta la legge, trovato l’inganno?

Jobs Act: fatta la legge, trovato l’inganno?

Presentata come una delle riforme più importanti del governo Renzi, il Jobs Act, mirato a rilanciare l’occupazione nel nostro Paese, sembra ancora non aver dato i suoi frutti: i dati sull’andamento del mercato del lavoro sono troppo altalenanti per poter esprimere valutazioni definitive (i numeri Istat di giugno indicano addirittura un calo degli occupati rispetto al mese precedente). Intanto, però, ci sarebbe chi ha deciso di approfittare delle nuove norme per ottenere gli sgravi fiscali previsti dalla Legge di Stabilità senza in realtà creare nuovi posti di lavoro effettivi. Qualcuno li ha ribattezzati “i furbetti del Jobs Act”.

Qualche settimana fa la Cgil dell’Emilia Romagna ha denunciato il comportamento di due aziende, una di Piacenza e l’altra di Reggio Emilia, che avrebbero proposto ai lavoratori di licenziarsi per poi essere assunti l’indomani da una nuova azienda, che svolge le stesse attività e lavora negli stessi cantieri, con un contratto a tempo determinato di sei mesi. A quel punto la nuova azienda si impegnerebbe ad assumere tutti i lavoratori a tempo indeterminato con la nuova formula delle tutele crescenti al termine dei sei mesi, potendo così chiedere di accedere agli sgravi fiscali, che ammontano fino ad ottomila euro annui per tre anni.

Un escamotage simile sarebbe stato anche adottato da una cooperativa specializzata nel finissaggio di vestiario in subfornitura di Silea, in provincia di Treviso. Secondo quanto raccontato da Sergio Zulian, rappresentante dell’Adl Cobas di Treviso, «ci hanno spiegato di aver ricevuto misteriose dimissioni di massa e che anche proprio per questo avevano perso la commessa». Gran parte dei dipendenti sarebbe stata riassunta il mese successivo da una nuova cooperativa, della quale, stando a quanto spiegato da Zulian, «sede, attività e anche alcuni dirigenti sono gli stessi della precedente”. “Naturalmente incentivare chi stabilizza i precari è cosa positiva – ha dichiarato il rappresentante sindacale -, ma questo uso è una truffa all’Inps».

Casi più o meno simili si sarebbero verificati in Polesine, in aziende con meno di quindici dipendenti operanti nel settore artigiano con sede a Lusia, San Bellino e Villanova del Ghebbo. In questa circostanza la riassunzione dei lavoratori dopo il licenziamento sarebbe avvenuta tramite contratti di somministrazione stipulati con agenzie del lavoro. «I primi casi li abbiamo registrati e le presunte irregolarità sono state notate da nostri militanti o ci sono state indicate dai lavoratori che le hanno subite – ha dichiarato Fulvio Dal Zio della Cgil -. È un fatto inaccettabile e che intendiamo contrastare con ogni mezzo consentito».

Pochi giorni dopo queste segnalazioni il ministero del Lavoro ha invitato i propri uffici locali, l’Inps e l’Inail ad avviare ispezioni. Il direttore generale del dicastero Danilo Papa ha riconosciuto che «sono stati segnalati da alcune Direzioni territoriali del lavoro dei comportamenti elusivi, volti alla precostituzione artificiosa delle condizioni per poter godere del beneficio in questione».

Eppure, nonostante i controlli annunciati, è di pochi giorni fa la notizia secondo la quale “i furbetti del Jobs Act” avrebbero colpito anche in provincia di Pordenone, a San Vito al Tagliamento. «Forse il presidente del Consiglio Matteo Renzi non lo sa – si legge in un comunicato sindacale della Filt Cgil di Pordenone -, ma il suo bonus alle aziende se ne va in assunzioni di occupati, fatti “disoccupare” e poi riassunti: ma dalla statistica poi arriveranno dati esaltanti per l’occupazione e… per il governo».

Andrea Pranovi