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Il Regno Unito prova a contrattare con la Ue per “rientrare nel giro”. C’è un ruolo per l’Italia?

Il Regno Unito prova a contrattare con la Ue per “rientrare nel giro”. C’è un ruolo per l’Italia?

David Cameron, incassata la vittoria ai Comuni, rientrato nella pienezza delle funzioni con “il discorso della Regina” , attraverso il quale ha confermato che il referendum sull’adesione all’Europa si terra’ nel prossimo 2017, vola ora in alcune capitali europee.

Ufficialmente, per trovare sostegno nella trattativa che intenderebbe avviare su una riforma dell’Unione da concludere prima della chiamata alle urne referendarie dei suoi compatrioti. Prova a presentare la cosa come un modo di “rabbonirli”.

In realtà, Cameron deve giocare ora tutte le sue carte per tentare rientrare nel novero dei “decisori” europei dopo che Germania e Francia hanno preso in mano con forza le sorti di tutti i 28 su importanti questioni strategiche. Cameron nei mesi scorsi è stato un pò frenato in vista delle elezioni interne che hanno avuto al centro anche la questione dei rapporti con l’Europa e così ha preferito seguire una linea defilata in attesa di tempi migliori. Non faceva tanto l’europeo, insomma, e ora deve arrancare per recuperare il tanto terreno perduto.

Le questioni su cui Germania e Francia hanno impresso un loro congiunto marchio sono quella dei rapporti interni con la Grecia, in materia economica, quella delle relazioni con il mondo arabo mediorientale e mediterraneo e, infine, quella degli equilibri con l’est europeo, in particolare con la Russia.

Dozzinalmente parlando,  è come se Parigi e Berlino, di comune accordo, si fossero spartiti i compiti di svolgere da capofila su fronti diversi. La prima, verso il Mediterraneo, la seconda, verso Putin.

Insieme, intanto, gestiscono i rapporti interni. Così, la signora Merkel e il Presidente Hollande hanno ostentatamente incontrato, da soli, il Premier greco Tsipras, con il quale hanno probabilmente provato a stringere un accordo per giungere a una qualche soluzione di compromesso della spinosa questione dei conti pubblici e dei debiti di Atene. Almeno per quanto riguarda il pagamento della prossima trance che la Grecia deve versare ai tanti creditori internazionali in fila dietro la porta.

Londra e Roma appaiono sostanzialmente tagliate fuori un pò su tutto lo scenario. Le due capitali,  tra l’altro, sembrano collocarsi su opposte sponde su una serie di questioni che vanno da quella dell’accoglienza dei migranti a quella dell’analisi sulla situazione e le decisioni da prendere verso la Libia e la Siria.

Contraria ad una politica d’accoglienza indiscriminata sull’emigrazione Londra, interessata invece Roma ad un coinvolgimento di tutta l’Europa per ovvi motivi: il grosso dei rifugiati arrivano in Italia.

Contrario il nostro Paese ad ogni forma d’intervento militare sia in Siria, sia in Libia, in scia con la linea ufficiale di Barack Obama. Il Regno Unito ha provato, invece, fino alla spasimo a sollecitare diretti interventi occidentali per risolvere l’annosa questione della sopravvivenza del regime di Bashar al-Assad. Purtroppo per Cameron è giunto un inatteso voto contrario dal Parlamento di Westminster che ha costretto ufficialmente a lasciar perdere. Senza però che la cosa impedisca ai britannici di essere pronti ad ogni evenienza, ancora oggi.

A Londra non sfugge  l’attivismo dell’asse franco tedesco destinato a trascinarsi dietro il grosso dei restanti paesi dell’Unione e, pertanto, sta cercando di correre ai ripari rientrando nel giro di quelli che contano, anche se la scelta fatta da Cameron a favore di un forte sbilanciamento del suo esecutivo sulle posizioni più “euro scettiche” viene adesso utilizzata da Berlino e da Parigi per cercare di contenere la voglia di “partecipare” da parte di Londra.

E’ questa una situazione molto fluida in cui, salvo smentite, sembra veramente latitare l’Italia, costretta anche a scontare l’occupazione della posizione di Alta rappresentante della politica estera dell’Unione da parte di Federica Mogherini. Una carica che sembrerebbe  rivelarsi una palla al piede piuttosto che un’autentica occasione di gestione della politica estera europea come, forse, qualcuno si illudeva di fare. La conseguenza è che siamo di fronte ad un’Italia ingessata e bloccata  proprio per le responsabilità assunte?

L’attivismo britannico, però, paradossalmente potrebbe offrire un’occasione per l’Italia per ritagliarsi un pezzetto di spazio come sembra indicare anche la continua presenza a livello internazionale del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Si tratta cioè di impegnarsi in una difesa più convinta del processo unitario e, quindi, darsi da fare per costringere Cameron ad uscire subito dall’ambiguità e dire come la pensa sul processo d’integrazione europeo: una volta per tutta e prima del referendum che egli stesso ha indetto.

L’idea di avviare una trattativa con Londra fa, infatti, solo correre il rischio di allentare gli elementi di coesione senza niente in cambio perché neppure Cameron può garantire la certezza che i britannici voteranno per restare nell’Unione. La trattativa non avrà così che l’unica conseguenza di ridurre il “coefficiente” di unità e, quindi, di allentare il processo di convergenza e di coesione europea.

Perché l’Italia, facendo per prima chiarezza e seguendo elementi di coerenza in casa propria, non prova a ritornare ad essere un punto di riferimento  per tutti coloro che nella Commissione, nel Parlamento europeo, tra l’opinione pubblica dell’Unione ritengono che ci voglia di più e non meno Europa? Certamente, però, un Europa non al guinzaglio dei burocrati e dei grandi interessi costituiti a danno della efficace risposta alle reali esigenze dei cittadini.

Giancarlo Infante