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Il Papa, i venditori d’armi ed i rischi per la pace

Il Papa, i venditori d’armi ed i rischi per la pace

Sembra di sentire i recenti interventi di Papa Francesco sui venditori d’armi. E’ certo che la frequenza con cui Francesco parla di armamenti può adesso essere meglio compresa.

Il New York Times, infatti, sottolinea la responsabilità dei produttori e dei commercianti di armamenti statunitensi nell’aggravare la situazione critica che sta vivendo il Medio oriente e la regione della Penisola Arabica.

Il giornale “liberal” newyorkese riassume sinteticamente tutta la distribuzione delle armi statunitensi: per la guerra in Yemen, l’Arabia Saudita sta usando F-15 jet da combattimento acquistati dalla Boeing; i piloti degli Emirati Arabi Uniti stanno volando sul Lockheed Martin F-16 per i bombardamenti sia sullo Yemen, sia in Siria.

Presto, gli stessi Emirati raggiungeranno un accordo con General Atomics per l’acquisto di una flotta di droni Predator da utilizzare per missioni di spionaggio. Questo accordo costituirebbe una novità assoluta perché gli americani, finora, non hanno mai voluto vendere questo tipo di armamento ad alcun paese al mondo.

Una corsa all’armamento, per la quale non ci si dovrebbe dimenticare di menzionare l’Egitto ed altri acquirenti sempre della regione mediorientale, il cui profitto finale, ovviamente, va quasi esclusivamente ai produttori Usa con l’innesco, però, di una corsa a chi si dota dai armi sempre più potenti in un’area fragile e in continuo rimescolamento.

Non è un caso che la scorsa settimana funzionari della Difesa americana hanno sostenuto di attendersi nuove richieste da parte di Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Bahrain, Giordania ed Egitto sulla base della necessità di combattere lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante che noi chiamiamo Isis.

Jet militari sauditi

Anche se non viene ammesso esplicitamente, il tipo di gran parte delle armi richieste fa più intravedere la preparazione ad un confronto con l’Iran, piuttosto che essere giustificato dalla lotta ai terroristi del Califfato. Questi, probabilmente, andrebbero contrastati con altri mezzi più semplici, ma più efficaci. A partire dall’organizzazione, proprio da parte dei paesi mediorientali, di un effettivo embargo di uomini ed armi finora fatti arrivare con non molti problemi tra le fila dell’Isis.

La situazione, in ogni caso, rischia di contribuire all’alterazione degli equilibri tradizionali del Medio Oriente a proposito del quale tutta la politica statunitense ha sempre puntato, in primo luogo, al mantenimento di uno “status quo” ben determinato tra Israele ed i suoi vicini arabi.

Il New York Times non si perita di notare che, però, la situazione è notevolmente modificata da quando i Paesi Arabi del Golfo ed Israele si sono, di fatto, ritrovati “alleati” contro Teheran.

Così, nessuno ha fatto questioni se l’Arabia Saudita, con una spesa superiore agli 80 miliardi di dollari in armamenti, è diventato il quarto più grande mercato della difesa al mondo, se gli Emirati hanno toccato i 23 miliardi di spesa,  se il Qatar ha firmato un accordo di 11 miliardi dollari con il Pentagono per l’acquisto di elicotteri d’attacco Apache e dei sistemi di difesa aerea Patriot e Javelin e se, adesso, si appresta ad acquistare gli F-15 per sostituire  la vecchia flotta aerea costituita dai Mirage francesi.

Una situazione in cui si colloca la recente decisione di  Mosca di vendere i missili S-300 all’Iran approfittando delle decisioni prese a Losanna nell’ambito dell’accordo sul nucleare il quale, però, dovrà essere ratificato entro il prossimo giugno. Secondo Mosca e Teheran, infatti, l’embargo ai danni dell’Iran è già sollevato, per tutti gli altri no.

E qui si apre un altro delicato fronte. Quello appunto del ruolo della Russia di Putin continuamente alla ricerca, come ha sempre fatto l‘Unione Sovietica, delle migliori occasioni per mettere ben più che un piedino nella regione.

Il Presidente russo, adesso, è nuovamente ai ferri corti con Tel Aviv, ma anche con Washington, sulla questione dei S-300. A maggior ragione dopo che gli israeliani hanno minacciato di fornire armi all’Ucraina come ritorsione per la decisione di Mosca a favore di Teheran.

S-300 antimissile

S-300 antimissile

In questo senso, meglio si comprende anche la notizia di qualche giorno fa, passata molto in sordina, sui 300 paracadutisti della 173 Brigata Usa inviati in Ucraina, dove a breve saranno raggiunti da altri istruttori militari provenienti da Canada, Francia, Regno Unito e Germania.

Putin ha subito risposto con una contro minaccia. Quella di riprendere a riarmare la Siria. Cosa che in parole povere significa dotare Damasco di missili in grado di raggiungere e colpire tutto il territorio dello Stato Ebraico.

Insomma siamo dentro quella Terza guerra mondiale di cui ha parlato il Papa, fatta tutta di ricatti e contro ricatti.

Una situazione oggettivamente pericolosa che, forse, meglio fa cogliere i ripetuti interventi di Papa Francesco contro i trafficanti di armi. Non si tratta proprio di un generico insegnamento morale, pur importante, bensì di un concreto messaggio politico ai governanti ed ai popoli di tutto il mondo perché, per tempo, prendano consapevolezza sull’evolvere di cose che potrebbero riservare anche brutte sorprese.

Giancarlo Infante