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Femminicidi ed abbandoni – di Giuseppe Careri

Femminicidi ed abbandoni  – di Giuseppe Careri

Dopo aver studiato in un Istituto alberghiero, si era iscritta a un corso di Costa Crociere per soddisfare la sua voglia di viaggiare. Ma il sogno di Ianira Damato di soli 21 anni è stato stroncato dal suo ex fidanzato che l’ha uccisa con 15 coltellate nell’ultimo colloquio di “chiarimento”. E’ l’ennesimo caso degli oltre centomila omicidi commessi sulle donne negli ultimi anni.

Per contrastare o, perlomeno, limitare i cosiddetti femminicidi, il Parlamento ha definitivamente approvato la legge n.119 del 15 ottobre 2013 a difesa della “sicurezza e per il contrasto della violenza di genere”. Degli undici articoli di legge, solo cinque riguardano il tema del femminicidio, l’inasprimento delle pene e delle misure cautelari da adottare.

Ecco alcuni provvedimenti e le pene previste contro la violenza di genere. Assumerà particolare rilevanza la relazione tra l’aggressore e la vittima di violenza. L’arresto obbligatorio in caso di flagranza. Introdotto l’uso del braccialetto elettronico per impedire all’aggressore la vicinanza con la vittima. E poi, attraverso l’anonimato, si potranno raccogliere denunce da parte di cittadini.

Troppi sono gli omicidi commessi ai danni di donne non protette, spesso maltrattate e uccise nell’ambito familiare. La tragedia a volte scoppia anche in presenza di un clima apparentemente sereno: “noi insieme appassionatamente” aveva scritto su un social la signora Patrizia Formica di 47 anni.  Poi, suo marito, in risposta alla moglie, aveva scritto su Facebook: “Buongiorno a tutti. Fuori piove, e chi se ne frega, io ho il sole dentro, le persone che amo sono accanto a me può anche arrivare il diluvio io mi sento al sicuro. Buona domenica a tutti”. Per poi aggiungere: “Noi insieme, bellissima domenica” e “il pomeriggio continua in compagnia delle persone a cui voglio bene”.

E’ l’ultimo post pubblicato da Salvatore Pirronello di 53 anni poco prima di uccidere Patrizia con 4  colpi di coltello. Il delitto è avvenuto a Caltagirone in provincia di Catania. Si tratta del ventesimo caso di femminicidio, appena dopo quello di Ianira, commesso dall’inizio dell’anno nel nostro Paese.

Uno dei motivi principali di queste tragedie familiari sono gli abbandoni di donne sposate o fidanzate intenzionate a liberarsi dal proprio marito o convivente, spesso collerico, violento e privo di autocontrollo, soprattutto quando viene lasciato dalla sua amata.

Dopo essere abbandonati, costretti a vivere desolatamente soli, non sempre, però, tutti arrivano ad una “rivalsa” così estrema come il ricorso all’omicidio efferato. Moltissime coppie, ormai, decidono di comune accordo di lasciarsi dopo anni di convivenza e di intraprendere ciascuno per la propria strada una nuova vita.

Ad esempio, nella storia che segue di una coppia convivente per dieci anni, l’abbandono avviene in maniera diversa e civile, anche se certamente doloroso e  lasciando l’amaro in bocca.

Ecco il breve racconto di un addio annunciato. Lei era partita per una gita scolastica insieme ai suoi studenti. Solo tre giorni per la verità. Ma erano sembrati tre mesi, tre anni, un’eternità. Lui non la sentiva più nelle sue corde, nella sua mente. Sapeva certamente che l’impegno di lavoro della donna della propria vita escludeva interferenze esterne. Anche le sue animate da un forte desiderio della presenza, dei sorrisi, dello sguardo, della complicità.

Per l’uomo sono stati giorni di amarezza, di abbandono, di riflessione.  Erano anni che non provava la sensazione della solitudine, di essere rimasto solo con se stesso.

Si è soli se non si avverte la presenza, sia pure virtuale, dell’altro, di colei che si considera parte della propria vita, dei propri desideri, dei propri sogni.

Lei non c’era in questi giorni, ma lui sì, invece. La pensava continuamente. La “vedeva” insieme ai suoi studenti, ai suoi colleghi, vicina al mare incantevole che poteva ammirare dalla stanza affacciata sul mare.

Nei suoi momenti di isolamento, lui aveva pensato di recidere questo vincolo nonostante fosse il più importante e “vissuto” della vita. Più volte aveva avuto modo di rendersi conto di non essere più in grado di gestire la lontananza, le assenze, le esclusioni, sia pure dettate dalla contingenza di una distanza e di un lavoro per lei veramente impegnativo.

Si, aveva pensato a più riprese di smettere di pensare a Lei, di vivere con Lei, di godere con Lei. Ma non ci era riuscito.

Era spaventato dal tempo che scorreva inesorabile, dalle rughe che apparivano sul suo volto, dal timore di una vita vissuta troppo in fretta, dal pensiero di rimanere solo, senza amore, senza aspettative, senza di Lei.

Con Lei era stato tutto bello, troppo bello; anni meravigliosi vissuti in armonia, con complicità, passione, rispetto, condivisione. Si, per anni e anni era stato proprio così. Ma, come afferma Jap Gabardella nel bellissimo film di Sorrentino, La Grande Bellezza, finisce tutto così, con la morte, prima però c’era la vita.

Lei andrà via, allora, ed è per lui ormai impossibile dimenticarla. Dimenticare i suoi occhi, il suo sguardo, i suoi modi gentili. L’aveva amata tanto per tutti questi particolari femminili, per la sua anima, il suo corpo, i suoi atteggiamenti; era stato bello, troppo bello perché durasse ancora nel tempo in un futuro ancora indefinito. Ma il suo viso, il suo sorriso, i suoi occhi, la sua figura elegante, non potrà mai più dimenticarli per il resto della sua vita.

“Era bello che fosse lei a stringermi, a lasciar perdere le parole”. (Charles Bukowski)

Giuseppe Careri