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Europa: la lezione della Storia per non perdere – di Gianni Fontana

Europa: la lezione della Storia per non perdere – di Gianni Fontana

Chi cammina guardandosi la punta dei piedi, si rompe la testa. Sempre. Lo dice la Storia, l’unico giudice che non sbaglia una sentenza. Parlo d’ Europa.

Siamo sull’orlo del baratro e siamo così sconsiderati che non vediamo l’ora di fare un passo avanti. Giochiamo alla roulette russa con il futuro. Ironici, sprezzanti, supponenti. Ci comportiamo come quel tale che – mentre precipita dal tetto di un grattacielo – smette di urlare perché pensa “Be’, però fino adesso non mi sono fatto niente!”. Non ridete. Non è una barzelletta. È la realtà. Drammatica.

L’ Europa di oggi somiglia all’Italia del XVI secolo. Il Rinascimento. Allora l’oro del mondo eravamo noi. Il massimo dell’arte (Leonardo, Michelangelo, Raffaello), della scienza (Galileo), della politica (Machiavelli e Guicciardini), della filosofia (Campanella e Bruno), della finanza. In una parola: il massimo della bellezza e della ricchezza, intese nell’accezione più alta e nobile.

Cosa c’entra quell’Italia con questa Europa? C’entra. Perché l’Italia di allora – ebbra di tanta bellezza e convinta che le avrebbe garantito l’immortalità politica – non si accorse che il mondo era cambiato. Così come non se ne accorge l’ Europa di oggi. La scoperta dell’America aveva spostato il baricentro della Storia e avviato la prima globalizzazione. Non capimmo. Ci guardammo la punta dei piedi e rifiutammo di fondere le “città-stato” e trasformarle in Nazione.

Lo stesso rifiuto che nazionalisti e populisti predicano oggi, volando nei sondaggi e spingendoci nel precipizio. Francia, Inghilterra, Spagna e Portogallo, invece, capirono. Vinsero la sfida e plasmarono il nuovo mondo. Noi perdemmo, subimmo e rimanemmo terra di conquista per secoli. A questo si ridurrà l’Europa, se i leader di oggi si comporteranno come gli italiani di allora. O gli stati nazionali la smettono di guardarsi i piedi – per i ridicoli interessi personali di classi dirigenti indegne di questo nome – o l’Europa si disintegrerà. E noi insieme a lei.

Festeggiamo i 60 anni dei trattati di Roma. Svogliatamente, come si festeggia un vecchio nonno, che non vediamo l’ora che tolga il disturbo per dividerci l’eredità. Se morirà, erediteremo solo povertà e impotenza. I grandi comanderanno e noi ubbidiremo. Già oggi è così? In parte. Ma proprio perché siamo troppo piccoli e divisi. Dividendoci ancora, diventeremo ancora più deboli.

 

Il mondo è un acquario di squali. Difficile che un pesce rosso sopravviva. Figurarsi se può dettare legge. Basta con questa panzana dei nazionalismi. Ci hanno regalato due guerre mondiali in trent’anni. Distruzione, fame, povertà e decine di milioni di morti. Questo rimpiangiamo? Ritroviamo il federalismo. Quello vero però. L’Europa federale di popoli liberi di Cattaneo; gli Stati Uniti d’Europa di Churchill; l’Europa Unita di Spinelli, Rossi e Ursula Hirschmann; l’Europa di De Gasperi, Schumann e Adenauer: grandi cristiani e grandi democratici. E impariamo a sentirci – come io mi sento – cittadini europei di nazionalità italiana.

Questa è la strada. L’unica che ci garantirà pace, sicurezza e benessere. Oppure bruciamo i libri di Storia, tanto non impariamo niente. Guardiamoci la punta dei piedi e prepariamoci a romperci la testa. È l’anno del Signore 2017 e tutto va bene.

Gianni Fontana