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Dopo il crollo con 1127 morti: è “crisi tessile” in Bangladesh Altre tre vittime in Cambogia

Dopo il crollo con 1127 morti:  è “crisi tessile” in Bangladesh  Altre tre vittime in Cambogia

Altre lacrime per i tre morti nel crollo del tetto di una fatiscente fabbrica, chiamiamola così, di scarpe in Cambogia. Le morti sul lavoro sono un’autentica piaga. Il mondo moderno non riesce, forse non vuole, provare a debellarla. In particolare, nei paesi in via di sviluppo. A noi, un’enorme mano d’opera, che definire a buon mercato è un eufemismo, serve per risparmiare e conservare fette di mercato. A loro, invece, assicurano almeno quella ciotola di riso giornaliera che, altrimenti, neppure ci sarebbe. E’ quella che ci piace chiamare “delocalizzazione”.

“Show must go on” è la parola d’ordine. Ma non solo lo spettacolo, anche l’economia deve andare avanti nonostante i 1127 morti, di cui una gran parte ancora sotto le macerie, del palazzo fabbrica crollato pochi giorni fa a Dacca, nel Bangladesh. Non sarà facile dimenticare quel crollo ed ignorare quei morti. Le conseguenze di quell’ atroce vicenda si stanno facendo pesantemente sentire sul settore dell’abbigliamento. Soprattutto, sui produttori americani già impegnati a correre ai ripari.

crisi 10jw-marriott-hotel-jakarta-facadeE’ una grande volata verso l’Estremo oriente, dove sono spediti, in fretta e furia, emissari con il compito non facile di trovare strutture tessili alternative. Sembra che il “JW Marriott Hotel” di Giakarta in Indonesia, non abbia più una stanza libera tanti sono questi esperti giunti trafelati nei giorni scorsi.

Sì, perché pare che sia proprio il popolosissimo arcipelago asiatico ed, in particolare, l’isola di Java, ad essere finito sotto l’attenzione morbosa ed interessata delle compagnie tessili statunitensi.
Questo crollo in Cambogia non ci voleva! La produzione nel Bangladesh sembra essere oggi guardata con fastidio.
O, almeno, dopo quanto accaduto, non sarebbe ritenuto più “ politically correct” ammettere davanti a tutti di farsi produrre la merce da quelle parti.

Barrett Model, della casa di famiglia Joseph Model, a New York, disegna e distribuisce i prodotti sotto il marchio “Annabelle” a numerose catene di grandi magazzini. Lo sostiene chiaro e tondo con il “ The New York Times”:“dire che si produce nel Bangladesh può portarti ad avere una brutta reputazione in giro”. Lui, in ogni modo, sostiene di non aver mai voluto produrre nel paese dove sfociano il Gange ed il Bramaputra proprio perché conosce molto bene le condizioni in cui sono tenute le fabbriche ed i lavoratori dentro. “ Magari- aggiunge Model- possono esser travolti come niente da un’alluvione o da una esondazione dei fiumi . Cose che possono accadere da un momento all’altro, con i monsoni”.

crisi3E, allora, si prova ad andar via da uno dei più popolosi e poveri paesi del mondo a cercare altrove. Nessuno può dire se la ricerca sarà condotta sulla base, oltre che del prezzo più basso, anche dei criteri con cui si mette a lavorare la gente senza far rischiare troppo la pelle. Magari, senza sfruttare i bambini e senza infilare migliaia di persone in tuguri dove la morte ha facile gioco nell’incassare la propria provvigione.

Così, al dramma della carneficina avvenuta con il crollo di Rana Plaza, si aggiunge il rischio della perdita del lavoro per migliaia di famiglie. Di colpo, potrebbero veder trasferite nel centro della Cambogia, nel sud Vietnam o Indonesia le uniche occasioni offerte per guadagnare qualcosa e stare almeno di un gradino al di sopra della soglia della povertà.

La fabbricazione d’indumenti rappresenta un quinto del valore di tutta l’economia ed i quattro quinti di tutta l’esportazione del Bangladesh, il secondo produttore al mondo nel settore tessile, dopo la Cina. Questa ultima, da tempo, si è rivelata non più competitiva per produzioni tessili rese appetibili del solo basso costo della mano d’opera. crisi100A differenza del Bangladesh, però, ha sviluppato un mercato interno in grado di coprire ampiamente l’abbandono delle fabbriche da parte degli occidentali. Per il Bengala, come lo si chiamava una volta, invece, questo sviluppo del mercato interno non è al momento assolutamente prevedibile e, probabilmente, non lo sarà per molto tempo.

La fuga delle compagnie occidentali che si preoccupano, solo dopo i lutti, della loro “reputazione” può portare, allora, altri problemi ai circa 161 milioni d’abitanti del Bangladesh. In ogni caso, gli esperti fanno notare che non è facile andarsene via, così come dal Vietnam o dalla Cambogia, perché in questi paesi è stata sviluppata una capacità produttiva di capi di buona qualità che, al momento, non può essere assicurata in nessuna altra parte del mondo, a parità di costi e quantità.

Beatrice Zamponi