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Dalla violenza delle Brigate rosse a quella neofascista dei giorni nostri

Dalla violenza delle Brigate rosse a quella neofascista dei giorni nostri

Esattamente quarant’anni fa, il 16 novembre 1977,  il Vice Direttore della Stampa di Torino Carlo Casalegno veniva ferito gravemente da quattro uomini delle Brigate Rosse con quattro colpi di pistola alla testa. Il giornalista morirà tredici giorni dopo l’attentato.

Carlo Casalegno era stato più volte minacciato dalle frange estremiste. L’attentato avvenne nell’androne del  palazzo torinese dove abitava. I terroristi lo seguirono e appena varcata la soglia del portone di casa gli spararono a bruciapelo e fuggirono senza essere intercettati. Laureato in legge, Casalegno aveva partecipato alla lotta clandestina dei partigiani aderendo al Partito d’Azione costituito a luglio del 1942.

L’uccisione di Casalegno fu uno dei tanti attentati terroristici avvenuti nel periodo degli “Anni di Piombo”. Molti furono i giornalisti feriti o uccisi dalle Brigate Rosse. Il Direttore del “Giornale Nuovo” Indro Montanelli fu colpito alle gambe da un commando delle Brigate Rosse. Con dodici colpi di proiettili, “gambizzato”, il giorno dopo sotto il suo ufficio, in Via Teulada a Roma, con la stessa tecnica anche il Direttore del TG1 della Rai Emilio Rossi, un uomo mite e studioso appassionato di Maritain.

In quegli anni di “terrore”, altri giornalisti furono duramente colpiti: Walter Tobagi, giornalista e scrittore del Corriere della Sera, venne assassinato all’età di soli 33 anni nell’ attentato terroristico commesso dalla Brigata XXVIII marzo, gruppo terroristico di estrema sinistra. Gli omicidi commessi da queste formazioni terroristiche fecero parte di una strategia basata sull’intenzione di colpire al “cuore dello Stato”.

Le Br attuarono il rapimento di Aldo Moro la mattina del 16 marzo 1978. I brigatisti sequestrarono il Presidente della Democrazia Cristiana e uccisero i cinque uomini della scorta. L’azione dei brigatisti era orientata a far fallire il compromesso storico tra la DC e il PCI di Berlinguer. Per 45 lunghissimi giorni ci furono trattative che non portarono però alla liberazione dello statista democristiano. Aldo Moro fu ritrovato morto nel bagagliaio di una Renault rossa posteggiata tra la sede della Democrazia Cristiana e Botteghe oscure, la sede del Partito Comunista.

In quel periodo, in tutte le città italiane si respirava un’aria cupa, di apprensione e di paura. I cittadini erano colpiti da tanta violenza commessa nei confronti di politici, magistrati, giornalisti ed uomini dello Stato.

La tensione era arrivata al massimo livello tra i cittadini e soprattutto tra i magistrati e i politici più esposti. Ugo La Malfa, Segretario del Partito Repubblicano, pronunciò in Parlamento, in un aula stracolma di Deputati e Senatori, un discorso appassionato in ricordo dell’amico Presidente Moro. Poi, in preda all’ira e a una forte emozione non trattenuta propose di applicare la pena di morte nei confronti dei terroristi.

L’opera di distruzione dei “nemici del popolo” da parte dei terroristi continuò. Guido Rossa, operaio dell’Italsider di Genova e sindacalista, fu ucciso a bordo della sua auto. Aveva denunciato un operaio mentre distribuiva volantini di propaganda delle Brigate Rosse. Il terrorismo era, però, sul viale del tramonto soprattutto perché gli operai diventarono sempre più “indifferenti” verso la propagazione del terrorismo e della violenza.

Gli inizi degli anni 80 celebrarono l’ascesa dei socialisti; Bettino Craxi fu il “condottiero” del partito e divenne Presidente del Consiglio dal 1983 al 1986. Il patto di alternanza alla guida del governo fu stipulato con la DC di Ciriaco De Mita prevedendo una durata di tre anni.

Seguirono periodi di relativa tranquillità politica e sociale. Sconfitto il terrorismo, sulla giostra nazionale comparvero di nuovo la mafia e la corruzione. Un esponente di spicco del Partito socialista, Mario Chiesa, fu sorpreso in flagrante per una tangente di sette milioni versata da un imprenditore monzese allo scopo di ottenere l’appalto delle pulizie del Pio Albergo Trivulzio di Milano.

Fu l’inizio della fine della ” prima Repubblica”. Alla corruzione seguì poi la strage della mafia di Capaci dove morirono Giovanni Falcone, sua moglie e la sua scorta. Il paese fu di nuovo in preda alla paura.

L’Italia dovrà combattere anni per tentare di sconfiggere la mafia in Sicilia, ma anche al nord e in tanti altri comuni italiani, anche i più piccoli.

Con la morte di Totò Riina la lotta alla mafia non è affatto conclusa. Già si parla della sua successione a capo dei clan mafiosi di Corleone. I morti ammazzati dal terrorismo e dalla mafia non devono, però, rimanere vani. La ” seconda Repubblica” deve continuare a perseguire e a combattere tutti coloro che insidiano e minacciano la democrazia del nostro paese; oltre la lotta alla mafia e alla corruzione, lo Stato dovrà intervenire con una serie di riforme sociali essenziali. Sono ancora troppe le sacche di povertà, di indigenti, di cittadini sotto la soglia di povertà. Occorre pensare soprattutto a loro, e continuare la lotta contro la mafia, la corruzione e il risorgere della violenza neo fascista. Solo così potremo difendere i valori della democrazia e della giustizia sociale.

E’ dei giorni nostri il commissariamento di due anni del Municipio di Ostia accusato di essere governato dalla mafia. Ed è sempre dei giorni nostri la violenza inaudita compiuta ad Ostia su un giornalista e un operatore televisivo della Rai da parte di “un mafioso” del Clan Spada. Ostia è alle urne per nominare il nuovo Presidente del Municipio. Tutti i seggi sono presidiati dalle forze dell’ordine per evitare brogli e violenze. Vedremo chi vincerà: se la democrazia, o il populismo e la violenza della destra fascista di Casa Pound. Il risultato, purtroppo, non è scontato.

Giuseppe Careri