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Cinquant’anni fa, il disastro della diga del Vajont. Sette comuni rasi al suolo. 1910 le vittime. A mezzo secolo di stanza le prime verità:il disastro poteva essere evitato

Cinquant’anni fa, il disastro della diga del Vajont. Sette comuni rasi al suolo. 1910 le vittime. A mezzo secolo di stanza le prime verità:il disastro poteva essere evitato

Sono trascorsi cinquant’anni da quella sera del 9 ottobre 1963, ma la ferita è ancora aperta nella memoria della gente. Erano da poco trascorse le 22 e 39 di quel maledetto giorno quando una frana si staccò dalle pendici del monte Toc sovrastante la diga del Vajont tra il Friuli ed il Veneto. Un’enorme massa di roccia si staccò da una superficie di poco più di due chilometri quadrati e piombò in un attimo nel lago artificiale creato dall’invaso del Vajont.

Il terribile schianto sollevò un onda di 230 metri di altezza, causando la fuoriuscita di 50 milioni di metri cubi di materiale solido e liquido. Una massa micidiale che in pochi minuti si abbatté su sette centri abitati della valle del Piave provocandone la distruzione. Longarone venne rasa al suolo.

Un sordo rumore di morte travolse uomini e cose. Il conto dei morti accertati raggiunse la tragica cifra di 1910, di cui ben 1450 nella sola Longarone. 460 i ragazzi al di sotto dei 15 anni.

L’intero greto del Piave venne raschiato via. Anche le vie di comunicazione non furono risparmiate. Della stazione ferroviaria rimasero intatti solo dei tratti dei binari, piegati dalla furia delle acque.
pirago
Restò il campanile della Chiesa di Pirago che, risparmiato, continuava a svettare mentre attorno scorrevano le acque torbide in mezzo ai segni del disastro.

I corpi delle vittime furono recuperati fino alla foce del Piave tra Venezia e Portogruaro.

Nei comuni rasi al suolo,Longarone, Pirago, Maé , Rivalta, Villanova, Faé, Codissago e Castellavazzo, si vedono ancora i segni della distruzione. Erto Casso, Castellavazzo sono divenuti paesi fantasma, pieni di finestre sbarrate. Longarone è stata rifatta a forza di cemento armato. Del passato è rimasto in piedi il bel palazzo del municipio, il solitario campanile di Pirago e qualche casa a nord dell’abitato.

Agli occhi dei 39 sopravvissuti, la mattina del 10 ottobre si presentò come un paesaggio quasi lunare, sovrastato dalla diga che li guardava. Minacciosamente intatta. Una scena ancora scolpita negli occhi delle poche persone che riuscirono a salvarsi.

Un paesaggio di morte che toccò anche il Presidente della Repubblica Antonio Segni, il quale nei giorni susseguenti la tragedia volle volare in elicottero sulla valle del Piave. Una scena tremenda quella che apparve ai suoi occhi, tanto che il Presidente durante il volo si commosse visibilmente non riuscendo a trattenere le lacrime.
diga Vajont
La verità (prima nascosta) dei geologi, a 50 di distanza dall’evento oggi si conosce : “la tragedia fu un errore di valutazione di uomini di scienza e uomini dello Stato” ha detto il loro presidente, Gian Vito Graziano. Una verità che a Longarone, però, i cittadini conoscevano e segnalavano già prima del disastro.

“Le scuse dello Stato dopo tutto questo tempo non posso accettarle – spiega Viviana Vazza, all’epoca aveva 16 anni – Lo sapevano che incombeva il pericolo della frana, che non dormivamo dalla paura già molto prima dell’ottobre ’63. Chi ha permesso che si arrivasse a quella notte ha distrutto la vita di 2.000 persone”.

Già, i morti: oggi allineati con i loro nomi sotto cippi bianchi tutti uguali nel cimitero monumentale di Fortogna, C’é il nome anche di chi non è stato mai trovato.

Una tragedia annunciata trascinatasi sino al 1970 nelle aule dei tribunali. Nel 1968, nel corso processo celebrato a Belluno, venne riconosciuto colpevole solamente chi realizzò la diga, Alberico Biadene, direttore delle costruzioni della Sade.

Enrico Barone