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Che succede alla Regione Lazio? Zingaretti bloccato da Cantone e dal Tar

Che succede alla Regione Lazio? Zingaretti bloccato da Cantone e dal Tar

Il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, è incappato in una grossa bufera. Certo, non sminuita solo perché la grande stampa ne sta sottovalutando la portata e chi ne ha scritto lo ha fatto, in maniera striminzita, collocando la notizia nelle pagine di cronaca.

In poche parole, ci troviamo di fronte ad uno dei più importanti presidenti di Regione inibito per tre mesi a compiere ogni nomina su disposizione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) presieduta dal magistrato Raffaele Cantone.

Non è una cosa di poco conto. Ad esempio, qualcuno si chiede che cosa accadrà, ad esempio, alle attese nomine, previste per il prossimo novembre, pr il rinnovo ei vertici delle Riserve e delle Aree protette regionali.

Il provvedimento adottato da Cantone in applicazione della Legge Severino, è scattato per la nomina di Giovanni Agresti a commissario straordinario dell’Ipab di Gaeta. Peccato, però, che l’Agresti sia anche amministratore di una società, la Gest- Var, gestore di due cliniche private in rapporti con la Regione Lazio. Cosa non segnalata nel suo Curriculum vitae.

Insomma, un grosso scivolone d’immagine e di sostanza. Soprattutto, se si pensa che da sempre il Pd, in generale, e lo steso Zingaretti, in particolare si sono sempre detti alfieri della trasparenza e del buon Governo. Per questo sono stati costantemente severi con le precedenti amministrazioni di Centro destra denunciate di essere solo dedite all’allegra finanza e all’altrettanto disinvolta gestione di nomine e di affidamento d’incarichi.

Fresca fresa è la sentenza contro la “parentopoli” dell’Ama, miglior frutto della gestione del Comune di Roma di Gianni Alemanno.

Da rilevare inoltre che la nomina di Cantone all’Anac è da sempre mostrata come un simbolo orgoglioso per il Pd ed il Governo Renzi, giunto a dare all’Autorità anticorruzione un potere d’intervento immediato in caso di decisioni sbagliate, negligenze o omissioni in materia di nomine e corruzione.

Così, i tre mesi di sospensione inflitti a Zingaretti bruciano come un ceffone ed i segni di rossore sulla guancia non se ne andranno tanto facilmente.

In aggiunta, il provvedimento di sospensione a carico del Governatore del Lazio giunge dopo alcune decisioni poco simpatiche ed incoraggianti della magistratura su vicende inerenti ad uomini e cose della Regione. E’ di pochissimi giorni fa la notizia del rinvio a giudizio, seguito dalle dovute dimissioni, di uno strettissimo collaboratore di Zingaretti: Maurizio Venafro, capo di gabinetto della Regione Lazio. In ballo c’è una gara d’appalto e anche lui parteciperà al processo, ma da imputato, di Mafia Capitale del prossimo 5 novembre.

Poi, c’è stato l’intervento del Tar con la sospensione, per la seconda volta successiva, di un provvedimento di Zingaretti in materia di laboratori di analisi destinati a diventare meri centri di prelievo del sangue.

Ovviamente, opposizioni politiche ed associazioni di categoria plaudono alla decisione del Tribunale amministrativo, così come tutti i dipendenti dei laboratori coinvolti ed i cittadini che li utilizzavano. 

Un pò maliziosamente, l’Ursap, l’Associazione che riunisce le piccole imprese di gestione di questi laboratori, fa notare che, addirittura in sede giudiziaria, a sostegno della Regione, si è schierata una grossa multinazionale la quale, dopo aver già acquisito molte piccole strutture, è evidentemente interessata a monopolizzare il settore.

Il Tar in precedenza non aveva mancato di dare altri dispiaceri a Zingaretti.

Come quanto si era espresso negativamente sulle nomine di circa una quarantina di dirigenti, dichiarandole illegittime. La sentenza, su cui ora è atteso il responso del Consiglio di Stato, ha dato ulteriormente la stura alle critiche di vari ambienti, politici e giornalistici, i quali elencano e citano le tante chiamate di consulenti in settori già adeguatamente coperti e, comunque, denunciano che tali nomine non portando alcun segnale nuovo nel modo di governare e di prestare attenzione all’equilibrio di bilancio ed alla necessità di ridurre il mostruoso deficit del Lazio.

Anche qui la malizia e le insinuazioni non mancano giacché molti di questi strapagatissimi consulenti sono gli stessi già utilizzati in Provincia dallo Stesso Zingaretti quando ne era il Presidente.

Se anche il Consiglio di Stato dovesse confermare la decisione del Tar, alla Regione si verificherebbe, sia pure su scala minore, ma non per questo meno importante, la situazione di crisi esplosa all’Agenzia delle Entrate dove sono state annullate numerose nomine di dirigenti, le cui pratiche sono adesso tutte da rifare, se non prescritte.

Alessandro Di Severo