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Cattolici, ci sarà un nuovo ” risveglio” politico? – di Giorgio Merlo

Cattolici, ci sarà un nuovo ” risveglio” politico? – di Giorgio Merlo

Dopo la manifestazione del Family Day di Roma è ripartito, seppur in modo meno rumoroso del passato, il dibattito sulle possibili e potenziali ricadute politiche per i cattolici italiani. Ovvero, la “discesa in campo” dei cattolici, o perlomeno di quei cattolici che condividono sino in fondo la difesa e la promozione dei valori richiamati sabato al Circo Massimo, può innescare un progetto politico capace di ricomporre la maggioranza dei cattolici italiani?

Il tema, ovviamente, è antico ed è molto complesso. Dopo la fine della Democrazia Cristiana e il rapido tramonto del Partito Popolare Italiano e la stessa parentesi della Margherita – almeno per quanto riguarda la sua componente cattolico democratica – la stessa presenza politica dei cattolici  si è progressivamente eclissata sino a scomparire del tutto. Il nodo, quindi, non è affatto quello di riproporre una nuova ed aggiornata “crociata cattolica” nella vita pubblica italiana a partire, ad esempio, proprio dalla riforma delle unioni civili. Semmai, si tratta di capire come questo “risveglio pubblico” di una parte consistente dei cattolici italiani possa avere un impatto ed una ricaduta politica concreta.

Al riguardo, credo sia necessario almeno evidenziare 3 aspetti che restano decisivi quando si riparla di rapporto tra i cattolici e la politica italiana. Soprattutto dopo il Family Day e il sussulto organizzativo e non che ha rianimato l’associazionismo cattolico italiano.

In primo luogo – e lo dico senza alcun spirito polemico – continuo a ritenere di stretta attualità alcune celebri definizioni di alcuni grandi statisti e cattolici del passato quando si affrontava questo tema. Cattolici ma anche e soprattutto sinceri democratici. Penso a quando Carlo Donat-Cattin parlava dei cosiddetti “cattolici professionisti” o quando il leader bresciano Mino Martinazzoli citava con sarcasmo e con ironia i “baciapile a contratto”. Definizioni antiche ma che conservano una bruciante attualità anche oggi. Penso a quei politici – alcuni dei quali sfilavano allegramente sabato scorso al Circo Massimo a Roma – che periodicamente alzano la bandierina cattolica, si ergono puntualmente a rappresentare le “ragioni” dei cattolici, rilasciano quattro banalità alle telecamere compiacenti di turno e poi ripiombano nel consueto letargo politico sino alla prossima avventura di piazza.

Ecco, questi “baciapile a contratto” o “cattolici professionisti” di turno rappresentano l’esatto contrario di ciò che ha reso celebre e feconda in Italia la tradizione cattolico democratica. Che, semmai, è quella di garantire con coerenza, serietà e continuità la fedeltà all’ispirazione cristiana attraverso l’elaborazione di un progetto politico che non si limita ad alzare una tantum una bandierina clericale.

In secondo luogo, alcuni pensano di dar vita ad una “ricomposizione” dei cattolici in vista di una nuova offensiva politica. Non può essere questa, a mio avviso, la strada da intraprendere per cogliere la domanda, presente  e non più eludibile, di un rinnovato protagonismo dei cattolici nella vita pubblica italiana. La piazza di Roma di sabato scorso, al di là dell’entusiasmo e  della fermezza nel difendere alcuni valori basilari della dottrina cristiana e cattolica, dava anche l’impressione di favorire un “progetto politico cattolico”, seppur con una disinvoltura ed una ipocrisia che rasentava l’incredibile. Ovviamente non penso a quelle decine di migliaia di credenti che liberamente  e convintamente manifestavano a difesa di valori e principi cristiani e cattolici ma a quei politici che, per una manciata di voti in più e qualche compiacenza clericale, si presentavano quasi come apostoli laici in un mondo ormai profondamente secolarizzato e scristianizzato. Un atteggiamento più patetico e ridicolo che non politico e di vera testimonianza.

Ecco perché, ed è la terza ed ultima considerazione, anche dalla piazza del Family Day, senza derive clericali ed inclinazioni confessionali, è possibile pensare ad una nuova “ripartenza” politica dei cattolici italiani. Nel rispetto, però, dei capisaldi costitutivi che hanno caratterizzato da sempre l’esperienza e il cammino della tradizione cattolico democratica. E cioè, laicità dell’azione politica, aconfessionalità del partito, pieno riconoscimento del pluralismo delle scelte politiche dei credenti, centralità del progetto politico accompagnato anche da una non radicale dissociazione tra ciò che si predica e ciò che si pratica. Senza, ovviamente, alcun moralismo e senza alcuna altezzosità ed arroganza nel giudicare i singoli comportamenti.

È, dunque, possibile ed anche auspicabile che ci sia un “risveglio” politico e progettuale dei cattolici italiani. Se, invece, il tutto si ridurrà all’ennesima passerella di politici a caccia di voti, di bandierine da issare per qualche settimana e poi da ammainare al più presto per ritornare all’ordinaria amministrazione e di limitarsi all’esaltazione di una battaglia per poi rinnegare nella concreta azione politica e quotidiana qualsiasi riferimento ad un progetto politico cristianamente ispirato, allora anche questo sussulto organizzativo sarà ricordato per quello che è: e cioè, una passeggera passerella mediatica.

Ecco perché le parole di uomini come Carlo Donat-Cattin e Mino Martinazzoli pronunciate anni fa in occasione di altre battaglie politiche, continuano ad essere particolarmente attuali anche oggi. Abbiamo bisogno, cioè, di nuovi cattolici democratici cristianamente ispirati e sinceri democratici e non di “baciapile a contratto” o di “cattolici professionisti”.

Giorgio Merlo