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Bresson a Lucca: frammenti di realtà. La cattura dell’attimo perché …non torna più!

Bresson a Lucca: frammenti di realtà. La cattura dell’attimo perché …non torna più!

Alla fine degli anni Settanta, Henri Cartier-Bresson scelse 133 scatti per il volume omonimo “Henri Cartier-Bresson. Photographer”, pubblicato nel 1979. Oggi, a più di trent’anni di distanza, quelle stesse fotografie tornano alla luce esposte nell’omonima mostra allestita presso gli spazi del “Lu.C.C.A., Lucca Center of Contemporary Art”, con l’intento di mantenere vivo il genio e il talento del celebre fotografo francese.

Un occhio intraprendente e istintivo; sicuro di immortalare con pochi scatti frammenti di realtà colti nella loro fugace essenza. Quando il momento passa, non torna più. Bresson cattura quell’attimo, regalandoci un piacere sia fisico, sia intellettuale.

Nelle sue opere si percepisce l’energia di un luogo, l’impermanenza dell’istante, l’unicità di uno sguardo o di una postura. Istanti di vita filtrati dall’occhio della sua inseparabile Leica 35 mm che lo accompagnerà durante buona parte della sua carriera. Bambini scalmanati, operai in cerca di distrazioni, tassisti, venditori ambulanti, pic-nic di famiglie borghesi o proletarie. Immagini semplici che, talvolta dietro la loro quotidianità, nascondono una natura equivoca, carica di dramma e tensione.
bresson bambini
L’occhio si perde fra i labirintici vicoli di paesi sperduti e grandi centri urbani. Impossibile non soffermarsi sui dettagli. Troppo spesso crediamo di vedere o di aver visto. Bresson coglie una porzione di realtà all’apparenza insignificante che, una volta osservata con attenzione, attrae lo sguardo fino ad apparire “irrinunciabile”. Ciò ci pone di fronte a delle domande: dove sta andando la bambina che imbraccia quel quadro più grande di lei? Chi è la donna ritratta? E’ forse sua madre? Domande che assumono l’aspetto di quesiti esistenziali destinati a restare insoluti.

Certamente le opere di Bresson non sono solo frutto di casualità e pazienza. Bresson sapeva come (ri)costruire l’immagine affinché riuscisse a trasmettere certe sensazioni. Conosceva bene il cinema e vi lavorò per lungo tempo (nel 1931 fu assistente del regista francese Renoir). Salerno del 1937 è una fotografia quasi metafisica per la costruzione freddamente geometrica dello spazio scolpito da precisi contorni di luci e ombre.
bresson lucca
Viaggia tanto Bresson. Da Londra a Istanbul, da Berlino a Pechino. Perfino Siena, Firenze e Livorno finiscono impresse sulla sua pellicola. Colpiscono le foto dei campi di deportazione di Dessau, gli ultimi giorni del Kuomintang, il funerale di Ghandhi, la povertà e il desiderio di vivere durante la Guerra civile in Spagna. Immagini sottratte al tempo destinate ad acquisire un notevole valore storico oltre che artistico.

Splendida anche la sezione orientale, fra India e Giappone, paese quest’ultimo, in cui Bresson sviluppa un occhio “impressionista”, capace di cogliere l’essenza della natura, semplice e profonda, in una sorta di haiku fotografico. E poi i ritratti di personaggi come Jean Paul Sartre, Giacometti, Truman Capote, Henri Matisse, riuniti in una galleria di volti anonimi da cui trapelano gioie, amori, sofferenze e speranze di un’umanità tormentata dalla propria dolorosa esistenza.

La mostra “Henri Cartier-Bresson. Photographer” resterà a Lucca fino al 3 novembre. E’ stata realizzata in collaborazione con la “Fondazione Henri Cartier-Bresson” e con la “Magnum Photos” fondata, per altro, dallo stesso Bresson insieme ai grandi Robert Capa, George Rodger, David Seymour e William Vandivert nel 1947.

Filippo Infante