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Banche: alla ricerca del “tempo perduto” per salvare il salvabile. 200 miliardi in ballo

Banche: alla ricerca del “tempo perduto” per salvare il salvabile. 200 miliardi in ballo

E’ l’anno in cui le banche italiane hanno l’onore di finire su di un francobollo attraverso la loro associazione, l’Abi, che compie 70 anni. E’ l’anno in cui, forse, si giocano i destini delle loro “sofferenze”.

Tutti gli istituti di credito al mondo incorporano le cosiddette “sofferenze” bancarie. In  Europa, dice il Fondo Monetario internazionale, ce ne sono ancora per 900 miliardi di euro, di cui ben 200 di questi sono nelle banche italiane.

Nei diversi paesi, Gran Bretagna, Francia, Germania, Irlanda, Spagna, le “sofferenze” sono chiamate con l’espressione anglosassone “non perfoming loans”, e sono state affrontate con modalità diverse sin dagli inizi della crisi finanziaria degli ultimi anni.

Da ormai due anni il governo e le autorità competenti italiane stanno tentando un accordo con la Commissione europea per poter fare quel che si è fatto in molti altri Paesi europei: istituire una cosiddetta «bad bank» che assorba almeno una parte di queste sofferenze, definite anche “spazzatura finanziaria”. Ma ormai il treno sembra passato perché, nel frattempo, l’Europa si è data nuove norme comuni in campo bancario. Le cose si fanno difficili per chi non ha saputo approfittare per tempo delle possibilità offerte nel passato. L’Italia, adesso, è in questa situazione e se il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, annuncia una decisione in materia si tratta di vedere quale sbocco concreto prenderanno le cose.

In Italia, purtroppo, si è aspettato ad intervenire. Negli anni in cui era ancora possibile, Tesoro e Palazzo Chigi hanno esitato, nel timore di affrontare il costo politico di una misura impopolare e perché vittime della loro inerzia e di quella della intera politica italiana. Se si fosse intervenuti nei tempi giusti, come è stato fatto nei paesi sopra menzionati, si sarebbero potuti salvare i bilanci delle banche più esposte, anche perché allora si potevano usare anche i fondi pubblici per questi tipi di salvataggi. Seguendo quella via sarebbe stato possibile liberare risorse a favore dell’economia senza ritrovarsi, oggi, in un vicolo cieco.

Più sono alte le sofferenze, infatti, più le banche sono costrette ad accumulare capitale di riserva riducendo, così, i finanziamenti destinabili altrimenti a sostenere le imprese e le famiglie. Fatta la proporzione, in Italia significa oltre 100 miliardi di minori prestiti.

Nel 2014 i crediti deteriorati bloccavano 52 miliardi di euro, il 3% del capitale nelle banche dell’intera area euro, scrive il Global Financial Stability Report. « ma restano problemi tecnici nel calcolare il prezzo di questi crediti», ovvero la differenza fra quanto viene iscritto a bilancio e quanto gli investitori sono disposti a pagare. Se i crediti deteriorati fossero venduti agli investitori con un congruo ritorno, si renderebbero disponibili alcune centinaia di miliardi.

Il Tesoro, oggi fa quello che può nel nuovo contesto internazionale dopo aver varato un decreto che  permette alle banche una maggiore deducibilità delle perdite, mentre cerca una via d’uscita con le autorità europee, assai difficile da attuarsi. Pare, infatti, che un accordo con Bruxelles sulla «bad bank» o uno strumento similare sia complesso da  attuare anche alla luce delle nuove normative in ambito bancario UE . Le difficoltà permangono nonostante pare che l’azione italiana possa contare sul sostegno della Bce e in molti pensano che sia troppo tardi per l’attivazione di una sorta di  “bad bank”.

Il FMI richiama gli stati a favorire l’unione bancaria della Ue senza ritenere solamente che possa essere il governatore della BCE, Mario Draghi, a superare la debolezza economica, la persistente fragilità dell’eurozona e a  far ripartire l’economia dell’unione .

Infatti, non si può ritenere che l’intervento della Bce possa durare all’infinito poiché fa parte di quelle politiche di extrema ratio da mettere in campo per una durata limitata.

Il prossimo 3 dicembre sarà avviata la fase due del “Quantitative Easing”, cioè il cosiddetto “bazooka dell’ Eurotower (BCE)” servito finora al superamento della crisi europea. Ma se dovesse intervenire un ulteriore grave shock esterno, la BCE si troverebbe spiazzata e il  bazooka non avrebbe più colpi da sparare  per difendere le economie europee .

Gli analisti del FMI lanciano un avvertimento: il rischio è che  un aumento dei tassi, il crollo dei prezzi delle materie prime, un aumento del cambio del dollaro e le crisi valutarie che stanno affliggendo alcuni paesi emergenti, potrebbero portare  ad una ulteriore grave crisi sui mercati a livello mondiale con effetti domino ed una perdurante decrescita nel mondo.

Ciò che sta accadendo ai paesi cosiddetti Bric, o in via di sviluppo, è preoccupante  rispetto agli andamenti economico-finanziari che, continuando a questi ritmi, potrebbero innescare una forte decrescita mondiale ed altre  crisi finanziarie internazionali.

Sulla questione dei tassi,  il FMI pensa che la Federal Reserve statunitense debba prendere tempo e non aumentare i tassi di interesse, almeno fino a quando l’inflazione non salirà ad un livello ragionevolmente alto.

Si deve tenere presente che il 23 ottobre 2015 la banca centrale cinese ha tagliato i propri tassi, di 25 punti base (al 4,35%), per la sesta volta in meno di un anno per rilanciare il credito e la crescita e diminuito di 50punti base il coefficiente sulle riserva che i singoli istituti di credito devono destinare presso la banca centrale .

Il mix di misure a favore del credito e della ripresa da parte delle autorità monetarie cinesi segue il dato ufficiale di lunedì 19 ottobre 2015 servito ad evidenziare un’ulteriore frenata del Pil cinese, cresciuto nel terzo trimestre del 6,9% su anno, il dato peggiore  dal 2009.

Non se ne parla molto, ma le autorità cinesi stanno facendo di tutto affinché la cosiddetta “bolla finanziaria” cinese non esploda a cascata a livello mondiale. Potrebbe, insomma, aprirsi lo scenario paventato dal Fondo monetario internazionale e cioè uno “shock  sui mercati a livello mondiale”.

Gianluca Scialanga