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Attesa per il responso degli esperti Onu Più richieste per un dibattito a New York Le fratture tra Sauditi e Fratelli Musulmani Obama valuta tutto ciò e prende tempo

Attesa per il responso degli esperti Onu  Più richieste per un dibattito a New York  Le fratture tra Sauditi e Fratelli Musulmani  Obama valuta tutto ciò e prende tempo

Gli inviati dell’’Onu in Siria hanno attraversato nuovamente la linea che, ai sobborghi di Damasco, divide le aree controllate dai governativi da quelle in mano ai rivoltosi. Devono proseguire con la ricerca di elementi in grado di confermare l’avvenuto uso di gas tossici nel corso degli scontri armati di Mercoledì 21 Agosto e, soprattutto, scoprire chi li ha utilizzati. Il loro responso potrebbe rivelarsi determinante per influire sull’andamento dei prossimi sviluppi di una crisi da tutti, oramai, data prossima all’esplosione.

In realtà, in queste ultime ore si sta meglio precisando la posizione all’interno della coalizione intenzionata a colpire Bashar al- Assad. Gran Bretagna, Francia, Turchia e Qatar possono essere collocati nel novero dei paesi più intenzionati a scatenare, se necessario, una guerra anche “totale” nei confronti del regime di Damasco.

Gli Stati Uniti continuano, invece, a mantenere una certa distanza da questa posizione più radicale. In fondo, il loro Presidente è un Premio Nobel per la Pace, è stato votato in netta alternativa al “guerrafondaio” George W. Bush, ha cercato sempre un dialogo con il mondo islamico e, verso la Siria, ha sempre operato in modo da riuscire a condurre le parti al tavolo della trattativa, così come sta facendo anche tra Israele e palestinesi.
flotta usa siria
Così, il portavoce della Casa Bianca Jay Carney ci tiene a precisare, a nome dell’Amministrazione Obama, una cosa che non é di poco conto: le opzioni sotto valutazione ”non sono quelle di operare per raggiungere un cambio di regime. Si tratta di rispondere ad una chiara violazione di una norma internazionale che vieta l’uso di armi chimiche”. Un messaggio importante per tutti. Per al-Assad, i russi, gli iraniani, ma anche per alleati troppo scalpitanti e vogliosi di menare le mani. E’ solo una lezione da impartire a Damasco che, quindi, farebbe bene a tenersela senza reagire ulteriormente, in maniera scomposta.

Vi sono elementi di geopolitica internazionale che una grande potenza come gli Stati Uniti non può sottovalutare. Intanto, il rischio che un’eventuale guerra siriana diventi un conflitto generalizzato in tutto il Medio Oriente. Già vi sono stati 100.000 morti. Secondo le ultime stime delle organizzazioni internazionali, i profughi sono saliti a circa 1.700.000: un milione tra Turchia e Giordania, 700 mila in Libano. Anche senza una guerra ufficialmente dichiarata, siamo già in prossimità di una situazione di collasso e di ulteriori conflagrazioni sociali ed economiche.

La Siria significa anche Hezbollah e quindi Iran. Quindi anche Libano, dove le milizie scite hanno, si dice, 60.000 missili, in gran parte di provenienza russa, puntati, o puntabili, su Israele. Gli Hezbollah sono stati gli unici finora a battere in campo aperto anche l’esercito israeliano, sia pure non nel corso di uno scontro totale.
hezbollah mitra
Un Medio Oriente in guerra significa il coinvolgimento potenziale anche dell’Unione Sovietica, da sempre il più stretto alleato di Damasco. Il fatto che Mosca abbia dichiarato che non entrerebbe in guerra nel caso di un conflitto tra Siria ed Occidente indica sì, come fa notare l’importante giornale saudita Asharq Al-Awsat, tutti i limiti della posizione russa, ma senza per questo essere autorizzati a ritenere che la storia si fermi li ed i fatti di oggi non abbiano loro future conseguenze.

Inoltre, Barack Obama sta tenendo conto che Cina ed Iran sono contro ogni ipotesi di conflitto, così come la maggior parte dei paesi europei e della Nato, ad eccezione di Londra e Parigi. Tutti gli altri restano scottati, infatti, per le prove false esibite con sicumera ed arroganza all’Onu per giustificare l’intervento contro Saddam Hussein senza che, poi, il conflitto in Iraq migliorasse le cose di questo mondo.

Il presidente statunitense, inoltre, sta valutando tutto quello che monta all’interno del mondo islamico. Non si tratta più solamente di un confronto tra sunniti e shiti. E’ sotto gli occhi di tutti, oramai, lo scontro in atto, alla luce del sole, tutto interno al mondo dei sunniti che, forse a torto, sono sempre stati definiti dagli occidentali “gli arabi moderati”.
cairo arrestati
Le vicende egiziane stanno a confermare come l’ Arabia Saudita, più che mai, ma in maniera così esplicita non l’aveva mai fatto in precedenza, vuole essere la potenza egemone dell’area medio orientale. Non ha esitato ad entrare in aperto conflitto con gli Stati Uniti durante il colpo di stato militare in Egitto. Una vicenda di fatto conclusa con il sostegno saudita ai militari, con l’abbandono al loro destino della Fratellanza Musulmana e con il forte ridimensionamento del ruolo statunitense nella regione. Per i sauditi è venuto, insomma, il momento di assumere una responsabilità molto simile a quella della Germania in Europa.

Oramai dappertutto, dalla Tunisia, all’Egitto, alla Siria, i sauditi hanno messo in campo una propria organizzazione: i salafiti. Quindi, non hanno più bisogno di sostenere quei Fratelli Musulmani che, in prospettiva, governando un colosso come l’Egitto, avendo propaggini dappertutto, dalla Palestina al Sudan, dalla Siria alla Turchia, rischiano di mettere in discussione il ruolo della famiglia regnante a Jedda e di quelle alleate e subalterne che comandano negli altri ricchi paesi del Golfo Persico.

Ad eccezione del Qatar paese che, negli ultimi anni, ha invece cercato di assumere un proprio ruolo autonomo, proprio appoggiando la Fratellanza Musulmana dovunque fosse possibile. Il Qatar ha sviluppato, a dispetto della limitatezza del proprio territorio, una penetrazione diplomatica di levatura mondiale, ha creato l’emittente al -Jazeera che detta la linea su tutta l’informazione mediorientale. Al punto che i sauditi sono corsi ai ripari creando l’agguerrita concorrente tv al-Arabiya.
damasco
Lo scontro in Siria è, dunque, anche confronto a distanza tra Arabia Saudita e Qatar. La prima teme, in queste ore, che un rovesciamento del regime di al-Assad possa proporre molto più vicino casa quanto accaduto in Egitto con una vittoria degli insorti legati a Qatar e Turchia, paesi sostenitori dei Fratelli Musulmani.
La crisi siriana si colora, allora, di queste sfumature e da queste sfumature rischia di essere fortemente condizionata. Non è un caso che a metà Luglio le organizzazioni siriane di opposizione al regime di Damasco abbiano faticosamente eletto il loro nuovo Presidente della Coalizione nazionale siriana, Ahmad Jarbe, confermando l’esistenza di questa profonda spaccatura tra i 45 che lo hanno votato, su indicazione saudita, ed i 43 che gli hanno detto no, avendo alle spalle il Qatar.

Le preoccupazioni di Obama, perciò, diventano anche quelle dei sauditi. I quali, se fino ad oggi hanno insistito per un intervento teso a rovesciare al-Assad, adesso, paiono sposare le più caute ipotesi americane intenzionati a dare solamente una lezione al Presidente siriano, senza per questo rovesciarlo completamente ed aprire la Siria ad influenze indesiderate.

Assecondando la linea di un intervento limitato, in fondo, il re saudita Abdullah lenisce l’irritazione di Obama per i comportamenti sauditi in Egitto ed in altre parti del mondo arabo dove sta continuando l’offensiva contro i Fratelli Musulmani, come è nel caso del Sudan.
obama re saudi
Prende dunque corpo la necessità di meditare bene sul da farsi e, magari, dopo un passaggio di discussione all’Onu per non rompere completamente i ponti con Russi, Cina, Iran e non irritare e mettere in difficoltà Italia e Germania, capofila degli europei contrari ad un’azione militare.

Ecco i sauditi a chiedere un “duro intervento”, ma sotto l’egida dell’Onu. I membri della Lega Araba esortano il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a concordare misure di “dissuasione”. Tutto molto diverso dalle piogge di bombe attese o auspicate da qualche giorno. Anche il primo Ministro britannico, David Cameron, se fosse stato per lui le truppe occidentali sarebbero già a combattere per le strade di Damasco, corre ai ripari e chiede la convocazione del Consiglio di Sicurezza per non restare tagliato fuori dal giro che conta.

Vi è, infine, un ulteriore elemento di convergenza di statunitensi e sauditi su di una linea meno radicale. Il rullo dei tamburi di guerra che accompagnano la crisi siriana stanno, in contemporanea, facendo crescere il prezzo del petrolio e dell’oro mentre tutti i mercati azionari crollano. Sono soldi che vanno in fumo. C’é un’economia mondiale che rischia di afflosciarsi nuovamente, invece di riprendersi.

In ogni caso il responso degli inviati Onu sul campo di battaglia alla ricerca di tracce di guerra chimica è fondamentale prima di scegliere le diverse opzioni le quali potrebbero anche essere diverse da quelle di cui oggi tutti continuiamo a parlare.

Nel Mediterraneo restano,in ogni caso, le navi della Sesta Flotta americana. Tra queste almeno quattro cacciatorpediniere lanciamissili, ognuno dei quali imbarca fino a 90 missili da crociera Tomahawk. Nel corso della campagna di bombardamento della Libia di Gheddafi ne spararono 212. Ne hanno imbarcati abbastanza, dunque, per spararne anche di più sulla Siria.
nave-lancia-missili
La Russia spera sempre nella possibilità di evitare il conflitto, ma ha già evacuato decine di propri cittadini, soprattutto donne e bambini, con un aereo speciale inviato a Damasco dal ministero della Protezione Civile di Mosca.

Nel frattempo, la domanda di maschere antigas è aumentata in Libano, dove il Governo si è riunito praticamente in sessione permanente per prepararsi ad una situazione che potrebbe essere drammatica se finisse per essere coinvolto anche il Pese dei cedri.

Le maschere antigas mancano anche in Israele, dove le richieste sono aumentate del 300 per cento in poche ore. Uno dei problemi delle ultime ore sarebbe quello di fornire maschere agli uomini con la barba, estremamente comuni tra gli ebrei ultra-ortodossi. Una maschera speciale per loro è disponibile, ma ha un costo molto elevato al punto che starebbero pensando di distribuirla gratis solo a quelli con più di 65 anni di età. Gli altri si devono tagliare la barba.

Giancarlo Infante