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ALLENDE DE NOANTRI. MARINO SI RIPRENDE LE DIMISSIONI E FA IL “SUICIDIO ASSISTITO” AL PD. LA PROFESSIONALITA’ NON MENTE – di Giancarlo Infante

ALLENDE DE NOANTRI. MARINO SI RIPRENDE LE DIMISSIONI E FA IL “SUICIDIO ASSISTITO” AL PD. LA PROFESSIONALITA’ NON MENTE – di Giancarlo Infante

L’Allende de noantri. Non vuole essere un commento irrispettoso, ma vedere Ignazio Marino che decide di non andarsene più e rientra al Campidoglio mi sta istintivamente riportando alla mente, chissà per quale ancestrale meccanismo, l’immagine del Presidente Cileno che, improvvisamente, si trova solo ed isolato a combattere per la propria sopravvivenza, personale e politica.

Allende si affaccia all’austero portone della Casa Rosada, con tanto di elmetto e con un mitra in mano. Vede la piazza deserta e capisce la fine che lo attende. La sua dignità politica impedisce ogni mediazione. Un Sansone solo contro tanti Filistei. Così, rientra e si prepara alla propria fine.

Fortunatamente per Marino, a Roma, ai tempi nostri, le cose andranno un po’ diversamente, anche se qualche vittima resterà sul terreno.

Il “de noantri”, così, serve a sdrammatizzare. Cosa che, se praticata quotidianamente, aiuterebbe non poco noi semplici cittadini e gli stessi politici. Questi ultimi in particolare perché vanno sempre troppo sopra le righe.

In maniera plastica, poi, il “de noantri” ci spiega lo sfondo culturale e geografico in cui le gesta di queste ore si stanno svolgendo. Parliamo, infatti, di cose romane, per non dire romanesche. Anche se un importante attore di questa vicenda, per quanto rimasto più nella buca del suggeritore che sul proscenio, viene dai dintorni di Firenze.

La fortuna di Marino è che non c’è rischio di sentirsi volare in testa gli aviogetti della Pinotti e sentire i fischi delle bombe che cadono su uno dei beni più preziosi dell’Unesco: il suo amato Campidoglio. Matteo Renzi non è il perfido Pinochet e Matteo Orfini non può utilizzare lo Stadio Olimpico perché romanisti e laziali non glielo perdonerebbero mai.

Per questo il Sindaco di Roma si attacca a quelle meravigliose pietre, colonne e reperti di ogni genere che sovrastano Roma. Vuole continuare a sentire il pulsare millenario di tensioni politiche, congiure e passioni sociali che da esse trasudano. Anche di qualche coltellata alle spalle. Cosa che non guasta e, soprattutto, non manca mai.

Cosa mai deve apparire a Marino, di fronte a tanta gloriosa grandezza, l’attuale “mediocritas” da cui si sente circondato?

Ha avuto solo un momento di debolezza. Quando, sovrastato dall’attacco forsennato venuto dal suo stesso partito ha avuto un mancamento e si è dimesso.

Poi, salito alla Procura della Repubblica, su sua richiesta è doveroso ricordare, ha cominciato ad avere un ripensamento. Lo si vedeva in quelle ore: i dubbi gli tormentavano l’animo ed il cervello.

Entrato da persona informata sui fatti – e lui c’ha proprio tenuto a precisarlo- ne è uscito come persona informata sui fatti.

Ha forse capito, anche durante quei delicati colloqui, che le cose stavano diversamente da come venivano raccontate sui giornali? Che forse qualcuno gli ha giocato qualche brutto scherzo con le firme sotto le note spese? Ha capito che questo scherzo glielo ha tirato proprio qualche affettuoso amico della struttura municipale vicino al Pd?

Poi, la folla dei suoi sostenitori fà la differenza. Sente gridare al suo indirizzo, a viva voce: Marì nun ce lassà, Marì nun ce lassà. E’ come se, improvvisamente, sulla scena irrompe il popolo vero. Quello genuino e spontaneo. Non quello inquadrato dai giornali ufficiali e dai telegiornali paludati.

Attorno al barbuto Sindaco chirurgo tornano a confluire le vecchie pulsioni dei “girotondini” e delle donne del “se non ora quando”?

Dall’altra parte, quella del Pd, invece, un freddo e perentorio ben servito. Freddo, troppo freddo. Tra il paternalistico ed il saccente: non ci sono più le condizioni politiche per la sopravvivenza dell’esperienza Marino.

Tutto prima di quel 2 novembre che avrebbe costituito la data ultima per un ipotetico ritiro delle dimissioni. Tutto prima di quel 5 novembre che dovrebbe coincidere con l’apertura del processo di Mafia Capitale.

Non è che Marino può essere stato preso dal dubbio che i suoi stessi del Pd, magari, lo facciano diventare il responsabile pure di Mafia Capitale? Quella Mafia Capitale di sapore tutto neofascista cui però non è rimasta estranea la solita parte del Pd convinta dal vero che c’è nel romanico detto: “pecunia non olet”.

Non è del resto questo il vezzo antico di una parte del vecchio Pc della capitale cui è sempre piaciuto il dolce leopardiano “naufragar” nel mare del potere?

Un aspetto della sinistra romana di cui purtroppo la stampa “amica” troppo spesso si scorda…

Chissà se anche questo pezzo di Pd non abbia insistito perché Orfini la smettesse di continuare a difendere il Sindaco rompiscatole e perché Matteo Renzi, ed il suo fido Lotti, non accogliessero neppure l’estrema richiesta di Marino di lasciargli spiegare e chiarire prima del fatidico 2 novembre come stavano realmente le cose.

E, intanto, continuavano gli opposti martellanti mantra a ronzare impietosi nelle orecchie di Marino: è finita l’esperienza… Marì nun ce lassa… è finita l’esperienza… Marì nun ce lassà..

Oggi, il dado è tratto. Marino lo si vede ringiovanito. Magari sta accarezzando l’idea di sfasciare completamente il Pd romano.

Una sorta di un suicidio assistito per quel Pd che non l’ha mai voluto. Soprattutto quando se l’è trovato tra i piedi perché alle primarie gli ha messo a competere gente molto capace nei retrobottega della politica, poco a raccogliere voti tra la gente. E a Roma, in questo momento, ancora non c’è molto di più. Lo stesso è a destra.

Il Movimento 5 Stelle lo sa. Ha fatto e fa di tutto per andare alle elezioni. Dopo Parma e Livorno, i seguaci di Beppe Grillo sono sicuri di far cadere nel loro paniere il pomo più bello e succulento. Ma di questo ne riparleremo.

Intanto, limitiamoci a prendere atto del fatto che la gestione del caso Marino è frutto della trasformazione del modo di fare di tutti i partiti della cosiddetta seconda Repubblica. Più impegnati ad aggirare le leggi sul finanziamento pubblico che a scorrere i resoconti delle elezioni degli ultimi anni. Soprattutto alla voce: astensioni, bianche e nulle.

Solo questo può spiegare il pessimo modo in cui, al Nazareno e a Palazzo Chigi, si è affrontata la questione Roma e, poi, Marino, lungo una strada lastricata non di sanpietrini, ma di equivoci e di una fortissima pulsione suicida.

Renzi ed altri non hanno avuto il coraggio di sbaraccare tutto quando già c’erano gli elementi e si è preferito aspettare che divenissero di pubblico dominio le gesta di Carminati e Buzzi per scoprire l’esistenza di un vero e proprio problema romano. Il quale potrebbe, poi, rivelarsi un caso laziale ed allargarsi sempre più richiedendo trasformazioni autentiche nel Pd e in tutti gli altri partiti e movimenti.

Invece no. Meglio delegittimare Ignazio e provare a personalizzare le cause di una carenza che ha origini molto più profonde e più lontane nel tempo.

Così, assistiamo a fatti altrimenti inspiegabili. Su tutti, l’idea di commissariare, prima, la Roma del Giubileo. Poi, altri pezzi dell’Amministrazione capitolina.

E, intanto, puntare il dito contro il Sindaco che, senza una lira in bilancio, pensa solo a pedonalizzare. Il Sindaco colpevole, dall’America, di aver organizzato il funerale del capo clan dei Casamonica nel modo in cui ne ha parlato il mondo intero. Il Sindaco che ha il vizio di dire in giro di essere invitato dal Papa quando, invece, l’idea di recarsi a Filadelfia gliela hanno data solo, più modestamente, l’arcivescovo ed il collega Mayor della città americana.

Ignazio si sarà detto, dopo mesi e mesi di questa situazione: ma vuoi vedere che non sono d’accordo con la mia candidatura del 2018 per farmi restare a guidare Roma fino al 2023, come ho trionfalmente annunciato?

In qualche salotto buono si saranno terrorizzati: ma come? Dopo il Giubileo, questo resta Sindaco pure quando potrebbero essere organizzate le Olimpiadi del 2024, se ce le faranno avere a noi?

E’ così che si sta consumando un grande suicidio. Un duplice suicidio, forse.

Quello di Ignazio Marino, che non si vede cosa possa fare in queste condizioni e, soprattutto, quello del Pd romano. il quale rischia di vederne strabordare le conseguenze anche al di là delle Mura Serviane.

Giancarlo Infante