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Abbattere il dogma del sessantotto? – di Giuseppe Careri

Abbattere il dogma del sessantotto? – di Giuseppe Careri

Il giornalista Roberto Cotroneo ha scritto sul supplemento Sette del Corriere della Sera, un interessante servizio sugli anni che hanno caratterizzato il sessantotto in Italia. L’articolo ha suscitato una grande attenzione tra i lettori e altrettante critiche.

Nel suo reportage, Cotroneo elenca le ragioni di quello che, a suo avviso, è stato un fallimento prendendo come parametro di riferimento la cultura, i libri, il cinema e la pittura che diedero vita ad una vera e propria esplosione, però, solo negli anni precedenti al sessantotto.

Cita ad esempio i quaderni Piacentini e di  critica Marxista, due riviste importantissime per il dibattito nella sinistra. Continua poi con il Convegno di Palermo animato da Sanguineti, Giulini, Balestrini, Guglielmi. Poi l’impegno sociale del cinema di Fellini con la Dolce Vita, di Francesco Rosi con le Mani sulla Città, di Michelangelo Antonioni con il Deserto Rosso, di Marco Bellocchio con i Pugni in Tasca, e di Pasolini con Uccellacci e Uccellini, l’unico scrittore e regista famoso nelle borgate abitate dai ragazzi di strada. Infine, ricorda la pittura e i concetti spaziali di Lucio Fontana, con le sue linee, punti, cerchi, incomprensibili a chi, come me, tentò di decifrarli in una mostra di pittura allestita in una sala piena di luci.

Negli anni 60-67, in cui avvenivano queste esplosioni di cultura, creatività, ingegno indiscutibili, io avevo compiuto solo 20 anni. Ero nato e cresciuto in una periferia di Roma, in una casa di due stanze dove abitavamo in otto! Il gabinetto era naturalmente all’esterno e l’acqua corrente era necessario prenderla alla fontanella.

In periferia non esistevano i giardini;  i bambini giocavano per strada, inventavano giochi che solo i poveri sapevano inventare: l’aquilone con le code multicolore,  il moto pattino con le sfere, la fionda con la quale colpivamo i lampioni a trenta metri di distanza.

Ma la strada, si sa, oltre che a giocare e socializzare, è anche cattiva consigliera, dove i ragazzi più svelti, spesso, si indirizzano verso una direzione sbagliata, a volte senza ritorno. A scuola andavamo solo noi maschi, mentre le femmine erano destinate a rimanere a casa, ad accudire i genitori e i fratelli.

In quegli anni mangiavamo la carne solo la domenica, mentre il resto della settimana ci dovevamo accontentare della pasta o del brodo vegetale. Per tutti noi, la letteratura, i libri, la pittura, il cinema, il teatro, erano lontani anni luce! Sfido chiunque, nel 1962, a sapere che esistevano Sanguineti e i Quaderni Piacentini, o Luciano Berio e Giorgio Bassani.

Noi, e tutte le zone periferiche di Roma, eravamo tagliati fuori da ogni attività culturale, da ogni possibilità di accedere nel tempio della civiltà moderna, dello studio e dell’impegno civile.

Cotroneo aggiunge che “il 68 fu un’autentica catastrofe culturale per il nostro paese, di cui ci stiamo cercando di risollevare ancora oggi, ma con grande fatica”. Gli anni che precedettero il ‘68 non furono, però, solo anni di iniziative culturali, ma anni di emarginazione giovanile, di povertà, di indigenza, di solitudine.

Il ‘68 per noi giovani emarginati, è stato un sogno, una rivalsa, una possibilità di uscire dal ghetto, dalla povertà, dalla miseria. Per la prima volta nella storia italiana si aprivano le porte dell’università anche ai figli degli operai, altrimenti destinati a fare una vita di sacrifici in una fabbrica.

Certo, nel sessantotto e sessantanove ci furono delle pure delle aberrazioni. Si esagerò, come in tutte le rivoluzioni giovanili, anche attraverso l’imposizione  degli esami di gruppo, la pretesa del sei e del 18 politico, la contestazione e l’irrisione dei professori e dei baroni universitari.

Si contestava tutto, le autorità e il sistema istituzionale che fino ad allora avevano favorito solo i figli della borghesia. Ci furono anche violenze nelle scuole , nelle fabbriche, negli uffici, ma niente a che vedere con il terrorismo degli anni successivi.

Non si possono dimenticare, però,  le riforme epocali  approvate con grande beneficio della cittadinanza costretta a vivere fino ad allora ai margini della società.

La grande ondata di protesta del sessantotto portò a ridiscutere i rapporti allora esistenti tra le varie classi sociali; ed è in questa ottica che si approva finalmente lo Statuto dei Lavoratori, la legge sul divorzio, quello sull’aborto. Viene riscritto il diritto di famiglia e, importantissima, viene approvata la legge 180 di Franco Basaglia sulla chiusura dei manicomi.

E’ utile ricordare infine, la vita infernale degli operai costretti fino ad allora, al cottimo in una catena di montaggio estenuante. C’erano allora i “capetti” che controllavano i tempi di lavorazione degli operai, persino di quanti minuti restavano nel bagno! A queste conquiste civili, seguirono poi reazioni del “potere”, prima con la strage di Piazza Fontana, poi con il terrorismo che non ha niente a che vedere con le lotte operaie e studentesche del sessantotto. Ed è bene sottolineare, ancora una volta, l’impossibilità, negli anni sessanta, per milioni di ragazzi, di continuare gli studi, costretti invece a interromperli sin dalle elementari o dall’avviamento al lavoro, per iniziare a varcare i cancelli di una fabbrica.

Certo, il sessantotto non produsse la ricchezza culturale del miracolo economico di dieci anni prima, ma con la sua spinta sociale e propulsiva diede vita a riforme sociali che, altrimenti, non sarebbero mai state realizzate. Qualcuno di quei ragazzi cresciuti così in fretta, grazie anche a quei fantastici anni, è riuscito infine ad emergere. Ma lo ha potuto fare solo negli anni maturi, lavorando e studiando di notte, prendendo un diploma e poi, finalmente, conquistando il traguardo di una laurea, fino ad allora destinata a incoronare solo la testa dorata dei figli di papà.

Giuseppe Careri