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PRIME CONDANNE IN MAFIA CAPITALE. LA POLITICA ROMANA DAVANTI ALLA SFIDA DEL CAMBIAMENTO

PRIME CONDANNE IN MAFIA CAPITALE. LA POLITICA ROMANA DAVANTI ALLA SFIDA DEL CAMBIAMENTO

Su www.ildomaniditalia.eu è pubblicato il seguente articolo, a firma Romano Contromano, che volentieri pubblichiamo

Il 2016 porta con sé le prime condanne nell’ambito del processo su Mafia Capitale. Daniele Ozzimo, ex assessore alla Casa della giunta Marino è stato condannato a due anni e due mesi di reclusione con rito abbreviato dal Gup Alessandra Boffi che, nel medesimo giudizio, ha assolto Ozzimo da una seconda accusa di corruzione. Condannato a due anni e quattro mesi anche l’ex capogruppo di Centro Democratico in Assemblea Capitolina, Massimo Caprari. Gerardo e Tommaso Addeo, ex collaboratori di Luca Odevaine, dovranno scontare invece una pena di un anno e dieci mesi, mentre Paolo Solvi, ex collaboratore dell’ex minisindaco di Ostia Andrea Tassone, è stat condannato a due anni e due mesi. Per tutti l’accusa è di corruzione.

Si è concluso con quattro patteggiamenti il procedimento nei confronti di Domenico Cammisa, Salvatore Menolascina, Carmelo Parabita e Francesco Ferrara, i tre ex dirigenti de «La Cascina», coinvolti in uno dei filoni dell’inchiesta Mafia Capitale. In particolare, il Gup Alessandra Boffi, ha accolto le richieste di patteggiamento già concordate tra procura e imputati, stabilendo una pena di due anni e sei mesi ciascuno per Cammisa, Menolascina e Parabita e di due anni e otto mesi per Ferrara. I quattro imputati hanno messo a disposizione della procura l’equivalente della corruzione che gli viene contestata: 400mila euro che sono già stati confiscati. Secondo l’accusa, gli ex dirigenti de «La Cascina», avrebbero corrotto Luca Odevaine per ottenere l’appalto per la gestione del Cara di Mineo. Cammisa, Menolascina e Parabita furono arrestati e mandati ai domiciliari nell’ambito della seconda tranche dell’inchiesta sulla cupola romana, mentre Ferrara finì in carcere.

L’inchiesta su Mafia Capitale insomma arriva alle prime condanne. L’iter processuale, comunque, è ancora lungo. Il maxi processo è in corso e anche le pene inflitte ieri dal Gup col rito abbreviato dovranno passare al vaglio del giudizio d’appello ed, eventualmente, di Cassazione. La verità processuale, dunque, è ben lungi dall’essere scritta.

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Dal punto di vista politico, tuttavia, non si può omettere che, fermo restando il dovuto garantismo fino alla condanna definitiva, l’inchiesta della procura mette in mora i partiti che, alla vigilia del voto amministrativo, non sembrano aver percepito la portata di quanto accaduto. O meglio, pur rendendosi conto della gravità della situazione, non riescono a venirne a capo con contromisure adeguate. Si invoca la discontinuità senza sapere come effettuarla. Si parla di lotta al correntismo senza aver preso decisioni e misure adeguate a contrastare il malcostume interno ai partiti. Mafia Capitale segna la fine di un certo modo di fare politica, di una certa promiscuità nei rapporti – leciti e illeciti – tra partiti, istituzioni e imprenditoria. Il campo riformista saprà fare tesoro degli errori del passato e rinnovare dirigenti ed eletti con una selezione attenta e rigorosa della propria classe dirigente?

Il campo riformista saprà rigenerarsi rivedendo alla radice i sistemi di organizzazione del consenso e, conseguentemente, di reperimento delle risorse economiche? A Roma il modo di far politica deve cambiare. E’ questa la sfida che impone l’inchiesta Mafia Capitale. Indipendentemente dai processi e dalle condanne, nessuno in questa vicenda può sentirsi politicamente innocente.