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10 mld di $ per i profughi siriani. Colloqui di pace bloccati. Arabia Saudita pronta ad intervenire

10 mld di $ per i profughi siriani. Colloqui di pace bloccati. Arabia Saudita pronta ad intervenire

Grandi movimenti sul fronte siriano mentre c’è un accordo internazionale a Londra  per assicurare lo stanziamento di 10 mld di dollari da parte di decine di paesi donatori disposti a far confluire fondi per circa 10 miliardi di dollari per aiutare le popolazioni siriane coinvolte nel conflitto civile che insanguina il paese mediorientale da cinque anni.

Intanto 37 persone, tra cui tre bambini, risultano uccise a seguito di raid aerei russi su diversi quartieri di Aleppo, la seconda città della Siria.

La Turchia annuncia delle esercitazioni militari a ridosso del confine con le zone siriane dove nei giorni scorsi le truppe governative di Damasco hanno registrato importanti successi che hanno, di fatto, tagliato i collegamenti tra Aleppo e il vicino turco creando gravi problemi logistici e di approvvigionamento ai ribelli contrari a Bashar al Assad.

La Russia accusa Ankara di preparare una vera e propria invasione del paese vicino dove Mosca ha inviato un importante contingente militare che soprattutto grazie ai bombardamenti aerei sta modificando l’equilibrio sul terreno favorendo il recupero di molte città e villaggi da parte delle forze governative.

A questo punto i successi delle truppe di Assad, che sono appoggiate sul terreno dai miliziani sciiti degli Hezbollah libanesi e da quelli dei “volontari” sciiti afghani organizzati dall’Iran portano l’Arabia Saudita a minacciare un proprio coinvolgimento diretto su territorio siriano, con il rischio di aprire una ancora più grave crisi internazionale rispetto a quella che già oggi costringe alla sospensione dei colloqui di pace organizzati dall’Onu a Ginevra.

Per quando riguardale risorse internazionali messe a disposizioni delle popolazioni siriani cacciate da casa, secondo quanto ha annunciato il Primo ministro britannico, David Cameron, gran parte di questi fondi saranno destinati ad assicurare aiuti di base come cibo e medicine per una popolazione veramente martoriata composta da circa nove milioni di persone costrette a lasciare le loro case, mentre oltre 250 mila sono quelle che si ritiene abbiano perso la vita per i furiosi scontri e bombardamenti che hanno detto letteralmente distrutto intere città, incluso parti importanti della stessa capitale Damasco.

I paesi donatori hanno anche il problema di fornire l’assistenza ai 4,6 milioni di rifugiati nei paesi confinanti, soprattutto Turchia, Libano e Giordani in sono scappati negli ultimi anni.

L’ultimo ingente gruppo di profughi e segnalato in fuga dopo i recentissimi combattimenti avvenuti a ridosso della città di Aleppo dove le forze governative stanno registrando importanti succesi riconquistando ampie aree perdute, anche grazie al sostegno dei bombardamenti degli alleati russi.

Il primo ministro turco Ahmet Davutoglu ha comunicato che circa 70.000 siriani si stanno dirigendo verso il confine della Turchia.

L’incontro londinese dei paesi è coinciso con l’annuncio che l’ONU ha sospeso i colloqui di pace sulla Siria, in realtà neppure decollati, avviati a Ginevra a causa dell’assoluta mancanza di progressi  nel corso della settimana durante la quale le parti, comunque, non si sono neppure incontrate tra di loro.

L’opposizione al regime siriano, in particolare quella sostenuta dall’Arabia Saudita, già non aveva alcuna voglia di partecipare e lo ha fatto solo per le decise insistenze degli Stati Uniti e così negli ultimi giorni insisteva particolarmente con la condizione che fossero sospesi i bombardamenti russo siriani e tolto l’assedio organizzato dall’esercito di Bashar al Assad intorno a città e villaggi caduti in mano ai ribelli.

La polemica è diventata, poi, ancora più aspra dopo che l’esercito di Damasco è riuscito non solo a tagliare i collegamenti tra la Turchia e le milizie ribelli  della regione di Aleppo, ma anche a riguadagnare una buona parte di territorio al sud, nei pressi delle alture del Golan, oggi sotto il controllo di Israele, e verso il confine con la Giordania.